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Storia, tradizioni, cronaca di un paese di montagna
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Casale Corte Cerro

provincia del Verbano Cusio Ossola, Piemonte nord-orientale.
Situato nella val Corcera, tra lago d'Orta e lago Maggiore, il suo territorio è adagiato sulle pendici dei monti Zuccaro e Cerano, dai 200 ai 1700 metri di altitudine.
Gli abitanti sono 3500, distribuiti tra il capoluogo e le 14 frazioni.



I testi pubblicati in questo blog, ove non diversamente indicato, sono scritti da Massimo  M. Bonini - barbä Bonìn

I testi dialettali sono trascritti utilizzando le regole fonetiche fissate dalla Consulta Regionale per la Lingua Piemontese, adattate alle varianti locali dalla Compagnia dij Pastor.
 

 


I post presenti in questo sito vengono replicati all'indirizzo http://casalecortecerro.blogspot.com

Casale Corte Cerro e Massimo M. Bonini sono presenti in Face Book.
 


 

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25 agosto 2008

24 Agosto 2008

 

LIETI EVENTI

I migliori auguri alla piccola Erica Santambrogio, che domenica 31 agosto entrerà a far parte della comunità parrocchiale di San Giorgio con la cerimonia del Battesimo.

RESTAURATO IL MONUMENTO AI CADUTI DELLA SECONDA GUERA MONDIALE

E’ stata restaurata la lapide, posta al centro del cimitero del capoluogo, che ricorda i casalesi caduti durante il secondo conflitto mondiale. Vi hanno provveduto le famiglie delle vittime, coordinate dal consigliere municipale Carletto Ferraris, anche attraverso un contributo dell’amministrazione comunale.

INAUGURATO UFFICIALMENTE IL NUOVO ASILO NIDO COMUNALE

E’ pronto ad entrare in funzione il nuovo micro asilo nido realizzato dall’amministrazione comunale a lato della scuola materna Termignoni, a Ramate. Dopo quasi tre anni di lavoro e un investimento di circa 300 mila euro – coperto per tre quarti da contributo regionale – la struttura, atta ad ospitare fino a quindici bambini con età compresa tra i tre mesi e i tre anni, è stata inaugurata sabato 23 agosto con una semplice cerimonia cui hanno partecipato gli amministratori comunali e moltissimi cittadini, curiosi di vedere i risultati ottenuti anche attraverso la sottoscrizione popolare dei mesi scorsi, poi raddoppiata dal contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino con il progetto ’Insieme per donare’.

Erano presenti i progettisti dell’opera, architetto Fabrizio Bianchetti e ingegner Fabrizio Dido, don Erminio Ruschetti, parroco di Ramate, che ha benedetto il manufatto, il consigliere regionale Aldo Reschigna, l’assessore provinciale all’istruzione, Liliana Graziobelli e i sindaci dei vicini comuni di Baveno, Gravellona Toce, Omegna, Pettenasco e Valstrona.

Il sindaco, Claudio Pizzi ha espresso la soddisfazione per il lavoro portato a termine entro il mandato elettorale. “Era stato un preciso impegno” ha affermato “e siamo riusciti a mantenerlo. Siamo particolarmente soddisfatti per aver permesso alle nostre giovani famiglie di non doversi più sobbarcare l’onere di dipendere dalle strutture di Omegna e Gravellona, con costi elevati e interminabili liste d’attesa.”

Il servizio di asilo nido inizierà il prossimo 1 settembre e le richieste d’iscrizione superano già i posti disponibili.

LAVORI PUBBLICI

La giunta municipale ha approvato il progetto definitivo per l’abbattimento delle barriere architettoniche nel palazzo comunale. I lavori, resi possibili da un recente contributo regionale di 80 mila euro che coprirà l’intera spesa, prevedono la realizzazione di rampe esterne e di un ascensore sul lato sinistro. In questo modo tutti i piani dell’edificio saranno raggiungibili da chiunque.

La regione Piemonte ha inoltre concesso un contributo di 40 mila euro per il completamento della ristrutturazione dell’ex latteria consorziale turnaria. Questo, unito al già previsto investimento di 150 mila euro – 90 mila dei quali coperti da contributo della fondazione Cariplo – permetterà finalmente il completamento dell’edificio e l’allestimento del previsto museo di storia e cultura casalese.




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19 agosto 2008

PARROCCHIA DI SAN GIORGIO MARTIRE - CENNI STORICI

 Casale nacque, secondo la leggenda, dopo la fuga degli abitanti di Cerro, il borgo fortificato posto al confine tra Cusio e Ossola, distrutto nel 1311 durante le cruente dispute tra guelfi e ghibellini novaresi. Costoro si rifugiarono in quelli che erano allora degli alpeggi e vi fondarono la Corte di Cerro, luogo che proprio da allora comincia ad essere citato nei documenti. La prima cappella, trasformatasi poi, per successivi ingrandimenti, nella chiesa parrocchiale vi è però segnalata sin dall’inizio del millennio.

Al termine del sedicesimo secolo, con la conclusione del Concilio di Trento ed il forte movimento della controriforma, in tutta la zona si moltiplicarono le iniziative tese ad una nuova evangelizzazione. A Casale si pose mano a lavori di ampliamento della chiesa con l’elevamento del campanile, che fu dotato di un concerto di campane (1552), e la costruzione delle due sacrestie (1655). Dal 1593, inoltre, un cappellano fu distaccato da Omegna per curare le anime casalesi, prima nei soli giorni festivi, poi in permanenza.

Il 1609 segna la data dell’istituzione della parrocchia, con decreto firmato in data 4 Ottobre dal vescovo Carlo Bascapè.

Trentuno sono i pastori i cui nomi risultano registrati in una pergamena incorniciata ed esposta nella casa parrocchiale, sei cappellani e venticinque parroci, dal primo, Giuseppe Comola, di Omegna, a don Enrico Manzini.

La chiesa, rinnovata, fu consacrata il 7 Luglio 1697 dal vescovo Giovanni Battista Visconti, che in quell’occasione concesse ai nostri parroci il titolo di Arcipreti.

Un importante contributo alla vita spirituale venne dalle due confraternite, del SS. Sacramento e del Rosario, fondate rispettivamente nel 1585 e nel 1603.

Nello stesso periodo i frati cappuccini, che avevano probabilmente una casa conventuale a Ramate, posero mano all’edificazione dell’oratorio dedicato ai santi Carlo Borromeo e Bernardo d’Aosta, consacrato nel 1616, mentre i frazionisti di Arzo realizzavano la loro chiesetta, ultimata nel 1675.

Un altro periodo di grande attività per la parrocchia fu quello posto a cavallo tra ‘800 e ‘900, quando, soprattutto sotto la guida del dinamico parroco Pietro Tettoni, la chiesa di San Carlo, già rinnovata tra il 1805 ed il 1827, fu dedicata alla Madonna di Pompei con l’edificazione del nuovo altare e l’erezione della grande pala. Anche la chiesa parrocchiale fu oggetto di lavori imponenti, con l’edificazione dell’altare del Sacro Cuore e l’arrivo della statua di S. Giorgio e di quella della Madonna delle Figlie.

Il secolo appena trascorso ha visto la nascita dell’Unione dei Giovani Cattolici (1917) e l’edificazione della Casa del Giovane (1927) e del santuario del Getsemani (1950), opere cui molto contribuirono i fratelli Luigi e Marì Gedda. Al 1931-’32 risalgono poi gli affreschi della chiesa parrocchiale, opera dei pittori Morgari e De Giorgi.




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18 agosto 2008

17 AGOSTO 2008

 

OPERE D’ARTE

Lo scorso 1 agosto è stato riposizionato nella chiesa parrocchiale di San Giorgio un antico dipinto, recentemente restaurato. Rappresenta la Madonna del Rosario, con santa Teresa e san Domenico che le presentano un bambino. Si tratta probabilmente di un ex voto per la grazia ricevuta dal bambino stesso e riporta la data 1605, che è anche quella che compare sul muro esterno dalla sacrestia nord.

Il quadro, dopo essere stato dimenticato nei magazzini della parrocchia per moltissimi anni, è stato fatto restaurare – con non lieve spesa – presso un laboratorio specialistico di Novara, i cui esperti lo attribuiscono a un pittore locale, probabilmente di scuola valsesiana.

EDILIZIA SCOLASTICA

E’ di pochi giorni or sono la lettera, indirizzata al sindaco Claudio Pizzi, con cui i consiglieri regionali Aldo Reschigna e Marco Travaglini comunicano l’avvenuta concessione di un contributo di quasi 114 mila euro da parte della Regione Piemonte.

Lo stanziamento – che si aggiunge a quello di circa 50 mila euro del mese scorso per la ristrutturazione del municipio – permetterà il completamento dei lavori per la nuova mensa scolastica presso l’edificio del Motto, con la realizzazione degli impianti e delle finiture e l’acquisto delle attrezzature mancanti.

Tempi di lavorazione permettendo, la nuova struttura potrebbe quindi entrare in funzione con l’inizio dell’anno scolastico 2009 – 2010.

IL COMMIATO DA DON ENRICO

Com’è ormai noto, al termine di agosto don Enrico Manzini lascerà Casale e Migiandone per prendere possesso delle sue nuove parrocchie di Preglia e Crevoladossola. L’Assemblea pastorale, riunita in seduta straordinaria dai collaboratori laici, ha fissato il calendario delle celebrazioni, così organizzato: venerdì 29, dalle 20,30 in chiesa parrocchiale, confessioni con la presenza di numerosi sacerdoti; sabato 30, alle 17 cerimonia di commiato con la celebrazione della Messa, cui seguirà un momento conviviale presso l’oratorio Casa del Giovane.

Domenica 31 agosto, alle 15,30 presso la chiesa parrocchiale di Preglia, avrà luogo la cerimonia d’ingresso nella nuova parrocchia.

L’Assemblea ha deciso di aprire una sottoscrizione ad offerta libera, al fine di testimoniare concretamente a don Enrico l’affetto e la riconoscenza della comunità. Le offerte potranno essere consegnate ai consueti referenti di frazione oppure depositate nell’apposita urna che sarà collocata in chiesa parrocchiale durante le funzioni.

Per chi, intendendo partecipare alla cerimonia di domenica 31 a Preglia, avesse difficoltà di spostamento, verrà organizzato un servizio di pullman.




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18 agosto 2008

BRICICCHE DI FOLKLORE

di Natalia Rosa Cesare

pubblicato in Bollettino Storico della Provincia di Novara

XXVII (n. 3 – 1933) pag. 282 - 293

Nota N.R. Cesare fu insegnante alle scuole elementari di Casale Corte Cerro negli anni ’30 del XX secolo.

- O -

Notammo già altra volta che si fa sempre più difficile ritrovare notizie e aspetti (lì particolari usanze o di costumi, persistenza di tradizioni nei borghi e nei paesi, perchè non v'è più solitudine che consenta originalità pittoresca; anzi è dovunque una tendenza frettolosa a raggiungere quel tanto di uniformità che agli spiriti semplici può sembrare politura di apparenze e di maniere, e quasi elevazione.

Nei Comuni della Bassa Ossola ad esempio, dove vent'anni or sono la Chiesa offriva la domenica ai fedeli distratti appena lo spettacolo di qualche raro cappellino, ora si nota la più vivace varietà di copricapi di paglia, di feltro, di velluto, di seta; e si contano sulle dita i bei fazzoletti di lana a fiori che dalla testa scendono fino alla vita. Così, le gonne arricciate sotto i corpetti attillatissimi o i boleri aperti sulle camiciole ricamate appaiono appena come eccezione al mercato di Omegna indosso a poche donne di Strona, di Sambughetto o di Campello Monti. Ma quelle stesse portano abitualmente gli stivaletti di cuoio, piuttosto elle i grossi calzari di lana chiamati pilugn nei dialetti della valle. In altro campo la scuola e il giornale, pur non riuscendo a dare ai più una vera istruzione, attenuano sempre più i più i particolari caratteri del linguaggio, e disperdono i ricordi di letteratura folcklorica. Nè vogliamo dimenticare le razzie che, prima della guerra e durante, antiquarii e rivenditori fecero dei piatti di peltro, delle coperte di grosso filaticcio di seta, delle cassapanche, delle madie, delle maioliche a ingenui motivi ornamentali.

Offriremo dunque qui, e di necessità disordinatamente, il poco che ci fu possibile di spigolare negli ozi estivi, labili più che il rivo pascoliano.

Casale Corte Cerro è un bel paese che fino al 1913 fece Comune con Gravellona Toce; poi in quell'anno ne fu diviso, non senza esultanza dei Gravellonesi ai quali pareva una specie di diminuzione essere amministrati dai mutugn Pecoroni, così sono chiamati per la loro bontà i Casalesi, come altri di Comuni contermini sono detti Cani, Lupi, etc., rivivendo in tali soprannomi i languidi ricordi di lotte remote ormai nel tempo.

Dalle pendici del Monte Cerano si stende fino alla strada provinciale, diviso in ben quattordici frazioni, delle quali le più pittoresche sono. come è naturale, le più elevate, Montebuglio, Arzo, Caffaronio, Riciano. Molti rivi o riali, molti castagneti e, ad ogni svolto di strada, la vista del Lago d'Orta o del bellissimo Golfo di Pallanza o dei picchi detti Corni di Nibbio. La massa del Monte Orfano che da secoli fornisce graniti apprezzatissimi, impedisce la visione del Lago di Mergozzo.

Se interrogate qualcuno dei vecchi, vi parla di una Regina Cerro la quale teneva la sua Corte dove ora sono gli avanzi di un'antica torre detta di San Maurizio presso il cimitero di Gravellona. Di questa Regina che avrebbe dato il nome al paese, secondo la leggenda, nessuno sa dire nulla, nè in bene, né in male, neppure quel tanto di diavoleria o di santità che dovrebbe entrare in ogni racconto fantastico. Ma quel nome di Corte (curtis) ci spiega abbastanza l'origine; se pensiamo poi che il monte si chiama Cerano, che parecchie famiglie portano il cognome di Ceroni e che sulle alture gli alberi centenari agitano al vento le chiome opulente, non duriamo fatica a persuaderci dell'aggiunta. Infatti, il gagliardetto della Sezione Casalese della U.O.E.I. (Unione Operaia Escursionisti Italiani) fondata anni or sono dal benemerito Dott. Nino Dosi, portava come emblema un cerro, emblema che si ritrova anche in vecchi documenti.

Tradizioni di origine medioevale, dove pure i Conti di Biandrate signoreggiarono, e più tardi, i Visconti, non è possibile rintracciare, e neppure, racconti che abbiano particolare sapore. Abbiamo raccolto, dai ricordi d'una nonna, la favola del rospo e della merla e quella della volpe e del lupo che tenteremo di esporre nella nativa semplicità.

Venuta la primavera, la merla si fa beffe del rospo che è tardo e brutto e deve contentarsi di strisciare nei terreni umidi. Anche i più grossi e insipidi hanno il loro amor proprio: il rospo si offende e sfida la merla a una gara di velocità. Si veda, nel mattino seguente, quale dei due raggiungerà prima su un breve ripiano erboso, la casèra [1] all'alpe bella. La merla fischietta come se ridesse, poi sicura del fatto suo, dorme tranquilla. Ma il rospo astuto si leva nel cuor della notte: zitto zitto, un passo dietro l'altro (il tempo non conta niente per lui che vive così a lungo) raggiunge prima dell'alba la casèra, vi entra e si nasconde presso un gran catino di siero. Col sole la merla s’alza a volo; fischietta, gode dell’azzurro, guarda se può vedere quel brutto rospo che s'affanna - qua qua qua - tra le erbe o lungo i sentieri. Sul tetto della casèra canta in tono di scherno:

“Ciciricì

a l’alba del bel dì

son chi anca mi.”

E dall'interno una voce rauca, nella quale suona tuttavia una nota di vittoria, risponde:

“E mi a quagg, a quagg”

ossia rimesto il siero coagulato per farne il formaggio. Ma il gioco di di parole sta nel verbo dialettale che sembra riprodurre il verso del rospo dal fondo dei fossati o degli orti nelle notti estive.

La volpe è tanto maliziosa che riesce ad ingannare il lupo che è pure gagliardo e feroce. — Una volta lo trasse per una fenditura del muro (il lupo per lungo digiuno era magro che le costole bucavano la pelle) nella casa d'un contadino dove era lardo, carne, polli. Più lesta di lui trovò quel che le conveniva, calmò la fame, e poi, fuori per il rotto. Il bestione ingordo, al quale non pareva vero d'aver trovato il Paradiso, mangia che ti mangio, s'ingrossò del doppio e non badò a far rumore. Si sveglia il contadino, piglia un bastone che pareva quel d’un gigante, e gliene dà quante può, fin che quello, bene o male, riesce a cavarsela; ma sanguinante e poppo. Oh, quella maledetta volpe, dove s'è cacciata? Perchè l’ha tradito, lasciandolo negli impicci? E andando, bestemmia e soffia per le percosse e per la rabbia. A un tratto, sente una voce gemebonda “Oimè, oimè! che io sono tutta ferita; per carità, fratello, portami in salvo”. A un raggio di luna, il lupo ravvisa la volpe, col pelo arruffato, macchiato di sangue. “Comare, le avete prese anche voi?” “Eccome! Non vedi quanto sangue? Prendimi sulle spalle!” E il lupo compassionevole se la carica indosso. Ma la tristaccia s’era cacciata tra i rami d’un corniolo carico di frutti maturi, e quel rosso veniva di lì. Andando sul groppone dei lupo che anfanava, brontolava tra i denti:

“dandarandan:

al malavi ‘l porta ‘l san”.

“Che dite, comare?” – “Sto tanto mate, lupo: beato te che puoi andare con le tue gambe”. E così si fece rimettere sino alla sua tana. Lì vicino c'era un pozzo, e nel nero dell’acqua la luna si rifletteva chiara, tonda che era una maraviglia. “Che sarà mai quella cosa laggiù?” chiese il lupo ignorante “Una forma di formaggio. Non senti l'odore che sale fin qui? Se ti metti nella secchia, puoi discendere a prenderla; poi io ti aiuterò a risalire”. Al lupo non parve vero; strizzandosi un poco, entrò nella secchia, e poum! ruzzolò fino in fondo. Ebbe un bel gridare! la volpe si lisciò il pelo e se andò tranquilla.

Niente di nuovo e di originale; per citare due nomi, S. Bernardino da Siena, nella vivace semplicità delle sue prediche, e l'Ariosto, in una delle sue satire, han narrato qualche cosa di simile: e l'uno e l'altro possono vantare ascendenti e discendenti a iosa: ma è notevole come questo materiale favolistico viva tenacemente tra il popolo.

Canti di colore locale, zero: i vecchi non cantano più, e anche quando qualche bicchiere in soprannumero li fa dimentichi dell'età, ritornano ai cori dei coscritti o della caserma che sono su per giù, quelli di tutto il Piemonte; come i reduci, alpini senza eccezione, tornano alla Piuma Nera e al Ponte di Bassano; i giovani, purtroppo, cantano Marilù, la Rumba e simili. Ma sopravvive un'usanza tipica e fondamentalmente gentile, anche se l'espressione non è sempre correttissima: è quella della Canta di Maggio, ossia di un calendimaggio rusticano.

In una sera. all'inizio di quel mese, si raccoglie il gruppo dei sonatori: chitarra, violino, mandolino, fisarmonica, e quello dei cantori. Non mancano belle voci intonate e senso della musica, come si avverte anche alle funzioni religiose: è uno dei paesi in cui le donne stonano e berciano meno. Si comincia dal centro, che sarebbe come la capitale, per passare grado grado alle frazioni, nel quale itinerario trascorre gran parte della notte. Più che salutare donne e cantare d'amore, si fa per così dire, la serenata ai maggiorenti, a quelli che sono disposti a offrire vino, salumi, ova, anche pandolce.

Si inizia con un motivo lento e carezzevole che si intona ai languori del Maggio galeotto, e ripete da anni innumerevoli le stesse parole:

Maggio ridente,

fior d'ogni 'gente,

fior dell'estate,

le donne innamorate (sic).

Ma ben presto si precisa in accenni dialettali e locali:

Suma vignù dal Sass Lanscin [2]

par fagh nnur al sciur Carlin,

oppure, secondo il luogo e la persona

par saludà la sciura Clarin.

Suora vegnù dal Cassinón

par riverì sti bei padron.

Seguono le lodi e l'espressione dell'attesa:

Gira stort e gira dritt,

cressa la sèt e l'appetit

brava gent, vigni fò pena (un poco)

dèn da beva a la serena.

Il poeta (non ne manca mai uno) come trova il ringraziamento per chi apre la porta a dare il fiasco o cala dalle finestre il salsicciotto promettente, improvvisa couplets arditi e salaci contro i ributtanti o gli avari.

Chiediamo scusa di offrirne qualcuno:

Quanti sass gh'è 'n ta stu mur,

tanti ciot in tal to …

quanti prei gh'è par tera,

tanti gugi in in tla …

Si racconta che una volta, alla casa di un negoziante, padre di una figlia non brutta e prosperosa, uomo ricco e restio, non per avarizia, ma probabilmente per ragioni di dissenso, che si ostinava a tener porte e finestre chiuse e a non dar segno di vita, il poeta dopo aver enumerato le ghiotte cose che avrebbe potuto o dovuto regalare, aggiungesse l'espressione d'un desiderio né modesto, né castigato.

E se propri vuri dan nuta {nulla)

mandè fò la mata biuta (nuda).

Doveva essere sera già inoltrata, in regime non secco; registriamo però, come prova della bontà naturale dei mutugn, che l'audace conplet suscitasse nulla più che risate e malumori non pertinaci.

Raccolta la provvista, ai cantori si uniscono i compagni, gli ammiratori, il cui numero è andato crescendo; sulla piazza si fa coro, indi segue la scorpacciata o alla casa d'uno dei tanti o all’osteria, e si attende il sorgere dell'alba, salutato dagli sbadigli.

Un curioso racconto abbiamo inteso a Montebuglio, ma benché venisse da una persona semplice, mi par che tradisca una certa origine letteraria.

Nella parte più alta della frazione, poco lontano da un torrente sempre ricco di acque — e dicono anche di trote — è un mulino, cioè una torneria, che l'industria di tornire il legno è sparsa per tutta la Valle Strona e ve la portò, o ve ]a risuscitò, circa una ottantina d'anni fa Giovanni Job, suddito svizzero, ma che amò il paese in cui s'era stabilito e fu un intelligente, assiduo e benemerito lavoratore. Poco più su di quel mulino si vede adagiato in pendio un macigno che si direbbe un masso erratico. La tradizione vuole che un tempo vi stesse di profilo, posato su uno spigolo, sagomando stranamente l'orizzonte; ma un bel mattino lo si trovò all'improvviso nella posizione attuale, e magicamente portava scritto:

Bene fece a rivoltarmi,

chè la costa mi doleva.

Il racconto viene testualmente, come dicevamo, da una montanara vecchia e ignorante; tuttavia ci sembra sospetto.

Superstizioni. sopravvivono certo, e qualche medicastro, o meglio qualche donna anziana, fa concorrenza al dottore nella conoscenza di rimedi empirici e fantastici; qualche larvato timore di stregoneria o di malocchio si avverte di fronte a certe malattie, mentre invece è difficile persuadere ai riguardi necessari specialmente nei morbi dell'infanzia — toste ferina, morbillo. scarlattina — o nei più dolorosi casi dì tubercolosi, chè. non ostante la salubrità dell'aria, la terribile nemica fa le sue vittime. In complesso però, neppure la morte è circondata dai terrori lugubri e dalle immaginazioni ché sopravvivono in altri luoghi; e forse vi contribuisce quel ridente camposanto così presso alla strada, donde l'occhio spazia fino allo sbocco del Toce, e dove sembra così dolce il riposo. Qualche anno fa corse in sordina la storia dell'apparizione di un morto recente, senza testa, come un condannato; né fu possibile rintracciarne l'origine, tanto più che si trattava d'un bravo uomo assestato e tranquillo.

Nella casa del morto sfilano le visite numerose, e la sera si accoglie un'adunata grande per il rosario; concorrono dalle frazioni anche più remote, sicché talvolta, non bastando le camere e la cucina, il cortile e le adiacenze ne sono occupati, e il lungo mormorio delle preghiere giunge lontano con un senso di tristezza grave. Non v’è morto così povero e derelitto che vada via da solo: Alesandrina Ravizza, se rivivesse, non troverebbe quel feretro desolato e anonimo che accompagnò fino a Musocco, prendendosi la polmonite che la condusse alla tomba; il corteo funebre è anzi, assai lungo, e alla funzione religiosa, tutta a chiesa nereggia. Un tempo si usava distribuire sale ai poveri; oggi vi si sostituisce il pane, o, nelle famiglie benestanti, forme di carità più opportune e proficue; ma in complesso, è in quasi tutti il pensiero che si giovi al morto con opere di bene.

Per la commemorazione dei defunti; i vari piedi o rami della famiglia si riuniscono nella casa madre alla recita del Rosario intonato per regola dagli anziani ;si mangiano poi le castagne lesse innaffiate da qualche bicchiere di vino.

Coricandosi, si lascia il ceppo acceso nel focolare, sulla tavola, un piatto di castagne per quelli che tornano senza farsi sentire.

Anche nella notte di Natale, generalmente si conserva un po' di fuoco per riscaldare il Bambino; ma se molti accorrono alla Messa di mezzanotte e suona lungo sulle strade il battere delle grosse scarpe pesanti, i giovani si divertono invece assai profanamente bevendo e cantando.

Le nozze sono festose e godereccie, anche quelle; (sia detto senza malignità) che sarebbe forse opportuno celebrare in guardingo raccoglimento. Molti sposi distribuiscono ancora i brott, ossia le castagne secche, a ramaioli, con abbondanza; altri, uscendo dalla chiesa, generalmente sul bel mezzodì, seguiti dal lungo codazzo dei parenti e degli amici, gettano a manciate confetti e nocciole ai monelli che schiamazzano e si cazzottano intorno.

Il banchetto è lauto e succolento, qualche volta accompagnato da un po' di musica e sempre chiuso da canti. La sposa non reca più alla casa maritale il cor­redo chiuso nel cofano di quercia; di questi cofani, vecchi, autentici, adorni di rozzi motivi, non crediamo di essere riusciti a vederne più di due, ché ora si preferiscono i cassettoni e gli armadi con lo specchio.

Non si fila in casa la tela; la canapa che una volta era largamente coltivata e forniva molta della biancheria da letto, da tavola e anche la personale, oggi malodora di sè soltanto qualche punto del paese. Per ritrovare indumenti tipici, bisogna rovistare nei cassoni delle nonne; allora riappare ancora qualche baracan, ossia una gonna di grossa lana, filata in casa e tessuta a Quarna, generalmente di colore blu con una balza verde che si scopriva, rimboccando l’abito propriamente detto e fissandone i lembi sul dorso; riappare il corset di lana nera a scollo tondo e a taglio tondo sui fianchi, con un parchissimo ricamo. Qualche massaia anziana porta ancora al collo la moleta, ossia un cordone di seta scorrente in un lucchetto d'oro liscio o a smalto nero e azzurro, una spilla a cornice vistosa di oro leggero o di filigrana.

Si conservano in più d'una casa gli spilloni d'argento; ma non bisogna che la fantasia corra alla raggera brianzola; si tratta di due spilloni assai modesti, di gambo breve e con la capocchia allungata a pera o meglio a susina, che servivano ad assicurare sui capelli lo scialle di lana o il fazzoletto di seta.

In abitazioni che hanno conservato per forza di cose l’antica rusticità, si vede ancora il focolare nel mezzo della cucina e l'apertura da cui deve uscire il fumo, e dà un senso di disagio, come d'una vita primordiale. Tutt'affatto diversa è invece l'impressione dei camini fondi, sulla cui cornice brillano i candelabri d'ottone, il mortaio, talvolta lucidi piatti di stagno; e sotto la cappa assai sporgente stanno le panche per i ritrovi invernali. Ne abbiamo veduto a Crusinallo uno, grande pressapoco come tutta una cucina dei nuoci appartamenti di città, il quale, non solo ha due sedili di legno ad alta spalliera che sembrano quelli di un coro, ma ancora un finestrino nella parete, donde si scorge la campagna.

Necessità di conoscere che cosa si agiti di fuori o non piuttosto raffinato piacere di vedere attraverso i piccoli vetri la nevicata incessante, godendo il beneficio dei ceppi odorosi ed ardenti?

Notiamo però che l'inverno ogni cucina ora si scalda con la tetra stufa che provvede anche ai bisogni del desinare e della cena; utile. economica e squallida, perchè non ha parola alcuna per una immaginazione emotiva.

Non è raro, nello spessore delle pareti, vedere uno sportello che chiude la nera bocca del forno; senonché, dove i padri cocevano il pane di segala o di biada che si conservava nella madia per tutta la settimana, i nipoti cuociono appena la torta di San Giorgio.

San Giorgio è il protettore del paese, ragione per cui, in mezzo a nomi romantici o men soliti, si trova ancora un numero considerevole di Zorz. Nella chiesa di recente restaurata, dietro l'altare, in una nicchia il bel guerriero a cavallo doma sotto la lancia il drago riluttante, ed è una immagine epica tra tante immagini di santità.

La festa si celebra la domenica successiva ai 24 di aprile; e non si differenzia dalle consimili sagre di infiniti paesi, nei riti religiosi, nei banchetti dei rivenditori, nella cuccagna, nella banda etc.; ma anche la più modesta delle famiglie si crederebbe degenere dalle buone costumanze se non apparecchiasse la torta, ossia uno sformato dolce di varii ingredienti. V'è quella che si consuma a desinare, e quella che si offre agli amici o a qualsiasi visitatore nel pomeriggio: non offrire o rifiutare sarebbe considerata grettezza e scortesia senza pari.

Processioni di grande solennità sono quelle del Venerdì Santo e dell'Assunzione. La prima esce nel tardo pomeriggio, sicchè quando rientra, è notte fatta, e la lunga fila dei ceri, tremolanti nell'oscurità presso le tonache della confraternita o i veli neri delle donne, la lenta salmodia in cui si fondono le voci più svariate, danno anche all'animo più disincantato un tremore di religiosità. L'Assunta si celebra nel fulgore dell'estate, e la processione ne acquista pompa nei paramenti, nei candelabri, nei vestiti, così come l'offerta è abbondante di cera, di vino, di polli, di frutti, di torte; perfino qualche agnelletto o qualche capretto vivo vi appare infioccato. All'incanto dei doni si accende la gara tra gli offerenti; i signori spingono i prezzi nell'interesse della fabbriceria; poi qualche volta si tacciono per non mortificare qualche modesto compaesano desideroso di ben figurare. Chi incanta, trova colorite espressioni di incitamento; tra la folla qualcuno risponde in rima, con motti e freddure non sempre note e stantie.

Per fine di bene o per fine di vanità, l'interesse è sempre vivo; e neppure gli anni rossi, non ostante la propaganda e lo scherno, diradarono il concorso.

Ad invocare la pioggia nella persistente siccità, si porta fuori il Crocifisso di Ramate, vecchio di almeno tre secoli, di ignoto artefice, che si regge orizzontalmente come se si reggesse un feretro, forse perchè essendo assai alto, per la strada in pendio che da Ramate conduce al centro, urterebbe negli alberi e nelle siepi.

L'oscuro artista che lo concepì e lo lavorò, doveva avere una inconscia anima meditativa e un chiuso ardore mistico. La figura è impressionante senza avere nulla di quel verismo atroce che è in certi crocifissi di campagna: il Cristo che piega il viso tra le lunghe chiome, ha nell'atteggiamento la coscienza di un destino ineluttabile, d'un sacrificio senza paragone, a cui le forze piegano. Vederselo dinanzi ritto, nel breve spazio tra un altare e la balaustrata, dà un senso di abisso, come se ogni aspetto ed ogni ragione di vita fossero per disparire; le donne più semplici lo guardano, pregando, con smarrimento.

Quei di Ramate ne sono gelosi e vedono malvolontieri che lo si trasporti in Parrocchia, sia pure per breve tempo.

Esposto sotto l'atrio della loro chiesetta, dicono, non tarda ad ascoltare le suppliche: nubi gonfie salgono dalle gole dell'Ossola, nubi grigie velano lo Zeda; il Montorfano si inette il cappello, Toce e Strona scompaiono nella nebbia che riempie la valle; e l'uragano si sferra.

Il male è che qualche volta cade anche la grandine.



[1] Casère, costruzioni parte di muratura e parte di legno, dove ai pascoli si custodisce il latte, il siero, si fa il burro, il formaggio etc.

[2] Una punta rocciosa che domina il paese




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18 agosto 2008

PARROCCHIA DI SAN GIORGIO MARTIRE IN CASALE CORTE CERRO - CRONOLOGIA MINIMA

 

Da appunti recuperati dall’archivio parrocchiale e da Novaria Sacra, 1929

1046 è documentata l’esistenza della chiesa (poi parrocchiale) originale

1309 diatriba tra le comunità di Casale e Buglio per i terreni di

Vallessa

1552 costruzione del campanile (data incisa sullo stesso)

1554 benedizione della chiesa di San Maurizio

1569 costruzione dell’oratorio di Ramate

1580 data incisa nella pila dell’acqua santa in fondo alla chiesa

parrocchiale

1585 04/05 la confraternita del SS. Sacramento, già esistente, viene aggregata

a quella (della Vergine del Rosario?)

1592 inizio della registrazione degli atti di battesimo e di matrimonio

1599 obbligo di partecipazione alla processione del S.S.

1603 26/03 erezione della confraternita del SS. Rosario, approvata dal vescovo

di Novara nel 1612

1609 4/10 costituzione della parrocchia

1617 inizio elenco dei priori della confraternita del SS. (Rosario?)

1619 già esiste la chiesa di San Carlo

1655 (1615?) data esterna sulla cappella di sant’Antonio; 4 maggio

autorizzazione all’erezione della cappella stessa

1675 costruzione oratorio di Arzo; il 21 gennaio il prevosto di Omegna

riceve facoltà di benedirlo sotto il titolo di Santo Stefano

1697 il vescovo Giovanni Battista Visconti consacra la chiesa e concede

ai parroci di Casale il titolo di Arcipreti

1703 data sulla balaustra

1726 data sul quadro di san Bernardo nella sacrestia del Rosario

1750 data sulla parete esterna della cappella di san Giuseppe

1766 14/01 donazione della reliquia di San Giorgio da Giovanni Antonio Banetti

di Montebuglio, abitante in Parma

1769 benedizione dell’altare di San Carlo

1782 09 benedizione del quadro di San Giorgio

1792 23/10 facoltà di benedire i quadri di san Giovanni e della Vergine

Addolorata

1809 10/09 benedizione del cimitero

1820 costruzione della nuova chiesa di San Carlo

1827 fine costruzione e benedizione della nuova chiesa di San Carlo

1830 separazione di San Maurizio da Casale

1833 01/12 benedetto l’altare del patrocinio di san Giuseppe

1837 09/06 benedizione del nuovo altare maggiore

1842 benedizione Via Crucis

1854 funzione in ringraziamento per la liberazione dal colera

1884 funzione per le cinque nuove campane

1895 acquisto statua Madonna delle Figlie, costo 110 £

1896 lavori alla chiesa di San Carlo

1900 20/05 consacrazione altare Madonna di Pompei a San Carlo

1901 erezione dell’altare del Sacro Cuore e della balaustra a San Carlo

1902 nuovo pavimento e incoronazione della Madonna di Pompei

1903 acquisto della statua di San Giorgio

1907 coperchio del pulpito e cupola del battistero

1926 erezione del campanile della chiesa di San Carlo


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14 agosto 2008

10 agosto 2008

LUTTI

Sono recentemente scomparsi Armida Colla Piana, 88 anni, del Gabbio, Dante Beltrami, 80 anni, di Montebuglio e Giovanni Nicola Morino, 72 anni, di Arzo. A tutti i parenti e agli amici le più sentite condoglianze della redazione.

CASALESTATE, ANCORA UNA VOLTA UN SUCCESSO




Si è concluso martedì 5 agosto il ciclo di manifestazioni di Casalestate, organizzato dall’amministrazione comunale. ‘Brofferio, Costa, Novarina: Piemonte minore?’ il titolo dell’ultimo incontro, una meditazione poetico – musicale con cui il maestro Alessio Lucchini e i Cantori di San Cipriano diretti da Roberta Giavina hanno proposto la musica sacra di don Giuseppe Novarina, parroco valsesiano del ‘700 le cui composizioni erano rimaste per oltre due secoli nell’oblìo. Affollata la chiesa dei santi Carlo e Bernardo, da un pubblico raccolto e partecipe, che ha seguito con attenzione l’esibizione. Ben apprezzata, nonostante le difficoltà linguistiche, anche la proposta di due ‘colonne’ della letteratura in lingua piemontese – le poesie di Angelo Brofferio e di Nino Costa – curata dal presidente di Ecomuseo Cusius e della Compagnia dij Pastor, Massimo M. Bonini.

Un plauso particolare va all’assessore alla Cultura, professoressa Grazia Richetti, per aver avuto il coraggio di portare ancora una volta davanti al pubblico casalese una proposta culturale di così alto livello.

LIETI EVENTI

I migliori auguri a suor Anna Visin, che domenica 10 agosto ha ricordato in chiesa parrocchiale il cinquantesimo anniversario della sua professione religiosa.

INAUGURATO UFFICIALMENTE IL NUOVO ASILO NIDO COMUNALE

E’ pronto ad entrare in funzione il nuovo micro asilo nido realizzato dall’amministrazione comunale a lato della scuola materna Termignoni, a Ramate. Dopo quasi tre anni di lavoro e un investimento di 250 mila euro – coperto per tre quarti da contributo regionale – la struttura, atta ad ospitare fino a quindici bambini con età compresa tra i tre mesi e i tre anni, sarà inaugurata sabato 23 agosto, alle 17, con una cerimonia cui sono invitate le autorità civili e religiose e l’intera popolazione. L’evento, che terminerà alle 18 con un rinfresco, sarà allietato dal gruppo musicale Pietro Mascagni di Casale.

Il servizio di asilo nido inizierà il prossimo 1 settembre.




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10 agosto 2008

ORATORIO DI SAN CARLO

…O della Madonna di Pompei. Sorge immediatamente a monte del cimitero di Casale, o meglio è quest’ultimo a trovarsi a valle del monumento, nato certamente per primo.

Dalle poche notizie reperite si sa che la prima pietra del Santuario, dedicato per lungo tempo ai Santi Carlo Borromeo e Bernardo da Mentone, o d’Aosta, il “cacciatore di diavoli” – tanto che ancora ne porta il nome - fu posata il 15 Novembre 1615. La costruzione, iniziata su disegno del Padre Guardiano dei Cappuccini d'Orta, procedette con alterne vicende. Venne ripresa, con un progetto di ampliamento, tra il 1805 e il 1827 ed ebbe termine nel 1836. Il campanile venne aggiunto invece solo nel 1926; abbiamo fotografie che ci mostrano la chiesa ancor priva del medesimo.

L'Arciprete don Tettoni, parroco di Casale dal 1896 al 1904, vi fece erigere il grandioso altare della Beata Vergine di Pompei, ornato di marmi preziosi, che fu consacrato dal Vescovo di Novara, mons. Pulciano, il 20 Maggio 1900. Due anni più tardi avvenne poi l’incoronazione della Madonna di Pompei.

L'ultimo restauro è del 1999/2000.




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2 agosto 2008

CANTAR MAGGIO

A rivavan da luntan, sti sturneei… scriveva Eugenio Beltrami nel 1984 (I sogn d’un gambar) descrivendo la secolare usanza del cantamaggio casalese in una delle sue gustose composizioni.

Dopo alcuni anni di interruzione, questa volta la tradizione è stata ripresa, con buona riuscita, oserei dire, e con profonda soddisfazione tanto dei cantori che dei “riveriti”, i quali di buon grado hanno versato il relativo “tributo”.

Mi si permetta però di riprendere qui un brano redatto tempo addietro in ricordo del 1 Maggio del ’72, e di quelli immediatamente successivi, quando l’usanza fu veramente salvata dal definitivo oblio.

Ce ne hanno tanto parlato, di quando si andava a cantar maggio, di come fossero belli quei tempi, che stasera abbiamo deciso di riprovarci.

Per la verità nessuno sa bene come si faccia; fortuna che arriva il Gere che ha qualche anno in più e si ricorda, o forse se l'è fatto spiegare dagli anziani. Intorno a un tavolino del Nazionale si buttano giù le rime, si recuperano l'Enzo con la chitarra ed il Gianni che fa il solista e via, a mezzanotte passata, a verseggiare sotto le finestre.

Noialtri, poco più che adolescenti, ci teniamo un po' in disparte aspettandoci da un momento all'altro l'inevitabile catinata d'acqua e sai invece lo stupore quando i "riveriti", passato il primo momento d'incredulità, si affacciano sorridenti, ci ringraziano e ci regalano bottiglie di quello buono e salami, uova e biglietti da mille.

All'aurora siamo davanti al forno del Felice, che ci da il pane appena cotto.

A questo punto non vorrai andartene a letto, no? Prendiamo gli scarponi e via, all'alpe del Togno, a far colazione con i proventi del giro e il sole, che finalmente fa capolino tra le nuvole, ci trova tutti addormentati nel prato dietro la baita.

(Tratto da 1954-1994 Quarant’anni insieme, Casale C.C. 1994)




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2 agosto 2008

LO CERRO E ‘L DIRUTO TORRIONE

D’azzurro castello di rosso, merlato alla guelfa, aperto e finestrato nel campo, posto in terreno di verde ed addossato ad una pianta di cerro al naturale, sormontato da una corona d’oro ornamentale. Questa la descrizione ufficiale, secondo l’ostico linguaggio araldico, dello stemma che i nostri genitori scelsero per il comune di Casale, riconosciuto ed ufficializzato con Regio Decreto del 9 Dicembre 1941. In linguaggio corrente una torre rossastra con merli quadrangolari – alla guelfa, appunto – sul fondo del cielo azzurro, dietro, o dentro, il quale svetta un cerro maestoso e fronzuto. Il tutto impresso su uno scudo di stile sannitico sormontato da corona di comune semplice, vale a dire privo del titolo di città, e contornato dalle solite fronde di quercia e lauro.

Si dice che ricordi il borgo di Cerro che sorgeva un tempo ai piedi del Cerano, porto lacuale e crocevia degli scambi commerciali tra Ossola, Verbano, Vergante e Cusio, sorto forse, secondo il Pattaroni, sui resti della mitica e mai individuata Stazzona, capoluogo della provincia romana delle Alpi Attrezziane. Secondo la leggenda, agli inizi del XIV secolo questa piazza fortificata diede ospitalità agli esuli guelfi novaresi, sconfitti nella lotta tra i partigiani dei Papi e quelli degli Imperatori germanici, e per questo subì l’assalto dei vittoriosi ghibellini che la espugnarono intorno al 1311, massacrandone la popolazione, scacciandone i superstiti e proibendone la ricostruzione. Rimase soltanto il mastio diroccato del castello all’interno del quale, col passare del tempo, crebbe una maestosa quercia, un cerro per la precisione, a rammentarne la perduta grandezza.

Su tali epici ricordi a lungo fantasticò il prof. Luigi Gedda, emerito casalese d’adozione, sino a comporre, probabilmente negli anni ’30, una famosa canzoncina, musicata dal maestro Placido Calderoni, che divenne una specie d’inno del locale gruppo giovanile d’Azione Cattolica e che iniziava con i versi “…dai poggi del Cerano un inno si levò…” per proseguire con “…vessillo era dei guelfi…” e ricordando come “…un giorno il ghibellino sui guelfi trionfò, la schiera che fuggiva in Cerro riparò, quel borgo che il nemico al fuoco abbandonò…”.

Di fatto sul finire di quel decennio l’amministrazione comunale decise di adottare ufficialmente il proprio stemma, così come avevano fatto molti altri enti nello stesso periodo - mentre prima solo le città capoluogo di provincia e i centri maggiori potevano fregiarsi di uno stemma - facendo registrare all’ufficio araldico centrale i simboli probabilmente già in uso da tempo, ma ancora privi di riconoscimento legale, per apporli poi sul proprio gonfalone ed utilizzarli su tutti i documenti pubblici.




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2 agosto 2008

LA FERROVIA NON HA DA PASSAR

Regie Patenti 18/07/1844: a tanto risale la prima idea di un collegamento ferroviario tra Novara e il lago Maggiore, provenendo da Alessandria e con capolinea immaginato, allora, ad Arona. Ma è bene ricordare che gli studi di linee ferroviarie tra il porto di Genova e l’entroterra dello stato piemontese ebbero inizio fin dal 1836, anno di inaugurazione della Napoli – Portici, prima ferrovia nella penisola italiana.

L’eccessiva vicinanza del tracciato così immaginato al pericoloso confine austro-ungarico, che correva allora lungo il Ticino, fece però subito preferire un percorso più occidentale, lungo i bacini dell’Agogna e del Cusio, in direzione di Borgomanero, Omegna e Pallanza.

Il progetto fu approntato dall’ing. Bosso e nel 1846 vennero appaltati e avviati i lavori per il primo tratto, fino a Momo, lavori però presto interrotti dallo scoppiare della guerra d’indipendenza, nella primavera del ’48, e che d’altronde non dovevano essere troppo progrediti, vista la tecnologia dell’epoca basata essenzialmente su pala, piccone e carriola, benché certamente meno intralciata dagli odierni, infiniti laccioli burocratici.

Nel frattempo nasceva l’idea delle grandi trasversali alpine e a lungo si dibatté, in sede internazionale, sulla convenienza di percorrere la direttrice Sempione – Grimsel piuttosto che quelle del Gottardo o del Lucomagno, con conseguenti ricadute sui possibili tragitti piemontesi e lombardo - veneti.

Nella primavera del 1851 il ministro sabaudo dei Lavori Pubblici, Paleocapa, faceva approvare ed avviare la costruzione del tronco Novara – Oleggio – Arona, bloccando di fatto i lavori in direzione di Momo. A poco valsero le vivaci proteste dei maggiorenti ossolani e verbanesi, guidati dal pugnace Bianchetti: l’idea di un collegamento attraverso il Cusio sembrava del tutto abbandonata. Si dovette attendere sino al 1856 quando un gruppo di imprenditori svizzeri e francesi costituirono la Compagnie du chemin de fer de la ligne d’Italie par la vallée du Rhône e le Simplon e chiesero al governo piemontese la concessione del tratto Novara – Gravellona – Intra con l’idea di farlo proseguire sino a Locarno e Bellinzona e collegarlo qui alla direttrice del Gottardo, ormai varata. La concessione fu rilasciata con legge del 12/06/1857 e i lavori in direzione del lago d’Orta ripresero immediatamente, ma pochi anni dopo la compagnie si trovò in cattive acque finanziarie e nel 1865 venne sciolta. Intanto però la linea aveva raggiunto Gozzano; qui le carrozze prelevavano i viaggiatori e li conducevano ad imbarcarsi, al lido di Buccione, sui battelli a vapore che percorrevano il lago verso Orta, Pella e Omegna. Indimenticabili a tal proposito sono le avventure degli Alpinisti ciabattoni del Cagna.

Si dovette attendere sino al 1880 perché i lavori riprendessero e i binari si allungassero finalmente lungo le sponde del lago d’Orta, la Corcera e l’Ossola, che l’idea di raggiungere il lago Maggiore era stata nel frattempo abbandonata. Il 18 Agosto 1884 fu inaugurato il tratto Gozzano – Orta, il 30 Aprile 1887 quello sino a Gravellona, l’8 Settembre 1888 il Gravellona – Domodossola.

Localmente si ricorda ancora la fiera resistenza opposta alla realizzazione del tracciato dai proprietari dei terreni posti sui piani di Ramate e di Pedemonte, piccoli agricoltori in buona parte montebugliesi e casalesi, che vedevano i propri fondi espropriati e tagliati in due dalle alte e larghe massicciate destinate a tenere i binari fuori dalla portata delle buzze dello Strona e del Toce; ulteriore concessione alla modernizzazione dopo i sacrifici imposti, meno di un secolo prima, dal passaggio della grande strada napoleonica. Nacque allora una canzoncina di protesta, probabilmente impostata sul motivo di qualche famoso brano dell’epoca, di cui si ricorda a Casale soltanto una parte del ritornello, concisa ma più che mai significativa: “…La ferrovia non ha da passar…”

Furono lavori imponenti che fecero arrivare in zona molti braccianti provenienti soprattutto dal Veneto; alcuni si portarono appresso le famiglie e finirono per stabilirsi definitivamente nei nostri paesi, fornendo preziosa manodopera alla nascente industria tessile e manifatturiera e anticipando i grandi movimenti di popolazione dal sud d’Italia degli ultimi anni ’60.

Da più di un secolo la ferrovia fa parte del nostro panorama, percorsa avanti e indietro dai convogli trainati dalle gloriose locomotive a vapore e dalle veloci littorine diesel; si rischiò di perderla, alcuni decenni addietro, quando l’abnorme sviluppo del trasporto su gomma la fece dichiarare un ramo morto, salvo poi accorgersi che costituisce un’insostituibile bretella di soccorso alla direttrice del Sempione.

Oggi la Novara – Domodossola sta iniziando una nuova vita: automatizzata, dotata delle più moderne tecnologie, in fase di elettrificazione, sembra destinata a divenire uno degli assi portanti del traffico merci tra il Mediterraneo e l’Europa settentrionale. Peccato che nel frattempo vengano progressivamente chiuse le stazioni e gli edifici siano lasciati in uno stato di pietoso abbandono. Speriamo tutti che queste innovazioni possano andare a vantaggio anche delle nostre popolazioni…




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2 agosto 2008

La biblioteca comunale di Casale

 Ho ritrovato un vecchio articolo, scritto nell’Aprile del 1980, del quale mi permetto di riproporre una parte come inizio di questa piccola riflessione.

Capita a volte di ripensare ai tempi in cui, studente delle scuole medie inferiori o superiori, mi vedevo costretto a recarmi ad Omegna ogni qual volta avevo bisogno di consultare testi per ricerche o documentazione o più semplicemente per procurarmi qualche libro d’amena “lettura”, spesso scendendo a rompicollo in bicicletta nei ritagli di tempo, e così tante altre persone di Casale, studenti e non.

Ricordo le discussioni a livello di gruppi giovanili spontanei, tese a portare avanti alcune piccole iniziative culturali, le pressioni sull’Amministrazione Comunale affinché prendesse in considerazione l’istituzione di una biblioteca o perlomeno il rilancio del decaduto centro di lettura presso le scuole elementari. Nel 1978 si arrivò finalmente allo stanziamento dei fondi necessari ed alla concessione di un contributo da parte della Regione.

La biblioteca Comunale di Casale venne inaugurata il 26 Novembre di quello stesso anno con una dotazione di circa 550 volumi catalogati secondo i più moderni sistemi internazionali e con sede nella vecchia sala del Consiglio Comunale, presso l’ex palazzo municipale di piazza della Chiesa, due locali più servizi…

La cura del servizio di prestito, organizzato su un’apertura pomeridiana tre volte la settimana, fu affidata ad un gruppo di volontari – Bibliotecari Senza Stipendio, amavamo definirci – guidati da Tiziano Vanola, sotto la supervisione del sindaco.

Seguirono anni di intensa attività: i locali erano frequentati da un gran numero di persone, giovani in particolare, e presto si pensò di affiancare il prestito con attività culturali diverse. Nell’Aprile del 1980 fu organizzata una ricerca sulle cappellette devozionali presenti nel territorio del comune, con una riuscitissima mostra fotografica nel periodo di S. Giorgio e la pubblicazione di un bollettino culturale, ‘l Foll, fermatosi purtroppo al primo numero per mancanza di fondi. Negli anni successivi seguirono corsi di educazione ambientale, con la partecipazione di relatori di spicco quali Luigi Rondolini, Teresio Valsesia e Alcide Calderoni, concerti all’aperto, mostre d’arte e fotografiche, rievocazioni di antiche tradizioni quali i falò di Ferragosto. Nel frattempo si ampliava la dotazione libraria, puntando soprattutto sui settori della letteratura per ragazzi e della storia locale, e si aggiungeva una sezione musicale. Nemmeno il trasferimento nella più disagiata sede del nuovo municipio, durante i lavori di ristrutturazione del vecchio pretorio, scoraggiarono i volontari e gli utenti dalla sua assidua frequentazione.

Verso la fine degli anni ’80 però il gruppo di persone disponibili a dare la propria collaborazione si era ridotto al lumicino e la biblioteca si trasformò per anni in sala di riunione per varie associazioni, ma senza poter più svolgere il suo essenziale ruolo di motore culturale del paese, essendosi interrotto anche il servizio di prestito.

Nel 1996, ancora dopo molte discussioni, si giunse alla sua riapertura, affidandone la cura a personale specializzato inviato dal Centro Rete Bibliotecario di Verbania: il prestito ha ripreso a funzionare, ma tutt’ora molti dei volumi non sono ancora stati ricatalogati e quindi non risultano utilizzabili. Ma soprattutto manca, rispetto al passato, la spinta di qualcuno che organizzi e stimoli la “vita” culturale del paese, che prenda iniziative e susciti quegli interessi e quei bisogni senza i quali una biblioteca, pur funzionante, si riduce ad un mero punto di passaggio per prendere e lasciare i libri.

Per concludere voglio quindi ancora una volta lanciare un messaggio affinché si ricostituisca un sodalizio di persone interessate e disponibili ad occuparsi di questi importanti temi e a lavorarci con passione. Fatevi avanti, quale ex B.C.S.S. (bibliotecario capo senza stipendio) aspetto vostre notizie…




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2 agosto 2008

DUE LINEE PARALLELE, DA LAGO A LAGO

 1913: SI COMPLETA IL COLLEGAMENTO TRAMVIARIO OMEGNA - PALLANZA

L’idea di un collegamento ferroviario tra Cusio e Verbano, attraverso la Corcera, era nell’aria da tempo e concreti progetti erano stati stesi per la realizzazione di una linea che da Gravellona attraversasse Suna, Pallanza e Intra e, percorrendo tutta la riva nord occidentale del lago Maggiore, si andasse a collegare, oltre Locarno, con quella internazionale del San Gottardo, ultimata nel 1882 con l’apertura del famoso traforo. Difficoltà economiche e intralci burocratici, costrinsero però a rinunciarvi, a favore del più agevole percorso lungo la sponda orientale, da Sesto Calende a Bellinzona.

Si fece allora avanti la proposta di realizzare un collegamento tranviario che, sviluppandosi per la maggior parte a lato delle strade carrozzabili già eistenti, richiedeva minori investimenti pur garantendo una buona funzionalità. L’attuazione di tale progetto prese il via nel 1906 con la raccolta dei primi fondi; il 15 Marzo 1907 veniva costituita la Società Anonima Verbano, delegata alla realizzazione del primo tronco, tra Pallanza e la stazione ferroviaria di Fondotoce, che venne aperto al servizio viaggiatori il 22 Ottobre 1910 e al trasporto merci nel Febbraio successivo.

Nel frattempo si mobilitavano i comuni del Cusio, ben consci dell’importanza di un simile collegamento, che nello stesso 1911 ottenevano dal Ministero dei Lavori Pubblici l’autorizzazione al prolungamento della linea fino ad Omegna. Fu costituito un comitato di finanziatori, cui partecipò anche il comune di Casale, che allora comprendeva ancora tutto il territorio di Gravellona, con un contributo di 25.000 lire, notevole se si pensa che Pallanza, tre anni prima, ne aveva stanziate 10.000. Molte furono le difficoltà da affrontare, quali il superamento della salita di Santa Maria, che richiese la realizzazione di un lungo tratto in sede propria con un viadotto in calcestruzzo armato, uno dei primi nella nostra zona e tutt’ora visibile, per attraversare il rio Giaggiolo; si dovette poi provvedere ad allontanare dai binari le linee telegrafiche e telefoniche, affinché le scariche prodotte dal trolley delle vetture non vi inducessero disturbi alle comunicazioni. Al Gabbio, in prossimità dell’attuale albergo Cicin, fu sistemato un “raddoppio” delle rotaie per permettere l’incrocio nelle due direzioni e quella località, allora quasi del tutto priva di costruzioni, ne prese il nome che conserva tutt’oggi.

Il secondo tronco venne solennemente inaugurato il 29 Giugno 1913, “realizzando un sogno coltivato per oltre mezzo secolo” come scriveva il Bazzetta. L’intera linea, sviluppata su un percorso pari a poco più di dieci chilometri, era alimentata con l’energia elettrica a 2000 Volt fornita dalla Società Ossolana che la produceva nella centrale idroelettrica di Premosello e in una centrale termoelettrica di riserva con potenza installata di 600 cavalli vapore.

Per oltre mezzo secolo la gloriosa Verbano svolse il suo impeccabile servizio, trasportando merci e persone da un lago all’altro lungo le due linee parallele dei suoi binari; poi l’industrializzazione crescente, la fretta, il desiderio di modernità, chissà quanto giustificato, portarono allo smantellamento della tramvia e alla sua sostituzione con fumanti e rumorose “corriere”. Oggi, a fronte dei problemi di traffico e di inquinamento di tutta la zona, viene da chiedersi se non si sia trattato di una decisione quanto meno impulsiva e chissà che un giorno non si torni a sentire la campanella del vecchio tramway lungo il nostro fondovalle…




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2 agosto 2008

E DIVISO FU IL MONTE DAL PIANO

 LA SEPARAZIONE DEL COMUNE DI GRAVELLONA DA CASALE C.C. NEL 1912

Il comune di Casale, la Corte di Cerro, venutosi a creare all’inizio del XIV secolo dopo la distruzione del borgo fortificato di Cerro ad opera delle milizie ghibelline al servizio dei nobili Tornielli di Novara, occupava all’inizio di questo secolo una vasta fascia, quasi tremila ettari, compresa tra i crinali del Cerano a ovest e del Mergozzolo ad est, confinava a sud con i territori di Crusinallo e Omegna mentre a nord si estendeva su buona parte della piana alluvionale del Toce. Nel 1763 gli erano stati aggregati Granerolo e Gravellona, o meglio quella parte di territorio gravellonese posta oltre lo Strona, e nel 1869 Montebuglio.

Il processo di industrializzazione iniziato nella seconda parte del secolo scorso aveva però portato ad un rapido sviluppo demografico ed economico della zona di fondovalle con la creazione di importanti azienda quali Further, con gli stabilimenti di Santa Maria e del Gabbio, e Guidotti e Pariani, il completamento della linea ferroviaria Novara – Domodossola e del collegamento tranviario tra Omegna e Pallanza; i numerosi residenti del piano mal sopportavano di dover dipendere da una sede comunale posta a ragguardevole distanza e raggiungibile per strada carrozzabile solo passando per Crusinallo. A Gravellona erano situate la stazione ferroviaria, l’ambulatorio, la stazione dei Reali Carabinieri e molti altri servizi, per Gravellona passava la strada reale del Sempione con una gran mole di traffici industriali e commerciali: nel 1890, con relazione dell’Onorevole Felice Cavallotti, il Consiglio Provinciale di Novara prese in esame il progetto di spostamento della sede comunale da Casale a Gravellona, dove già operavano uffici comunali staccati, ma l’idea non ebbe seguito.

Nel 1911 la situazione si era però fatta evidentemente insopportabile, tanto che lo stesso Consiglio Provinciale riprese in esame il progetto e, non riuscendo con ogni probabilità a trovare un accordo soddisfacente tra le parti, deliberò la suddivisione del territorio comunale in due tronconi: a monte Casale, con le frazioni di Montebuglio, Tanchello con Motto, Arzo con Crebbia e Ricciano, Cereda con Gabbio, Ramate con Pramore e S. Anna, per un totale di circa 2600 abitanti, a valle Gravellona con le frazioni di S. Maria, Pedemonte, Granerolo e la zona di Ressiga. La decisione fu portata all’esame del Parlamento nella seduta del 1 Giugno 1912, con relazione dell’Onorevole Luca Beltrami, e ratificata con la Legge n. 298 del 12 Dicembre dello stesso anno.

Il nuovo comune, che contava già più di tremila residenti, assumeva il nome di Gravellona Toce.




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2 agosto 2008

QUELLA DOMENICA D’INVERNO…

 

Domenica 29 Dicembre 1504: doveva essere una fredda e serena giornata d’inverno quando, di buon mattino, dopo la Messa, i capifamiglia di Buglio si riunirono sulla piazzetta di fronte alla chiesa di San Tommaso Apostolo, non ancora parrocchiale – che la parrocchia sarebbe stata istituita più di un secolo dopo – e ben lontana dalle dimensioni attuali, priva di campanile e di porticato e non fronteggiata dall’ossario. L’occasione era delle più solenni e di fronte ai notai Bernardino da Bulcha e Britio, alla presenza di testimoni chiamati appositamente da fuori, erano schierati i rappresentanti delle famiglie storiche, Antonietti e Guglielmini, Martina, Falegini e Stefanoli, Bonini e Caramelli, Gioria, Jani, Pattoni, Ottini, Marchesini, Prina, Guglielmetti (tali nomi sono stati liberamente modernizzati). In discussione la “bozza preliminare”, come si direbbe oggi, degli Statuti Comunali, o meglio dei Bandi Campestri, atto di cui molte comunità della zona si andavano in quei tempi dotando e che doveva contenere le principali regole di comportamento civico in merito allo sfruttamento dei boschi e dei campi, soprattutto di proprietà pubblica.

Tali notizie sono ricavabili dal testo originale dei Bandi, una pergamena rinvenuta nel 1982 tra le carte della fondazione Enrico Monti di Anzola, citato e ampiamente commentato dal prof. Melloni nella sua già citata tesi inedita sugli aspetti della vita giuridica della nostra frazione.

Il documento consta di cinque parti, ove si stabiliscono severe pene pecuniarie per chi avesse danneggiato aberi di pregio – cero, nocciolo, ontano – o ne avesse prelevato rami e frutti senza apposita autorizzazione comunale. Protezione assoluta per i beni terrieri di proprietà comune, con il divieto di alienarli o di trasformali in coltivi per mezzo di lavori di diserbo, roncatura e terrazzamento. Infine veniva stabilito il divieto per chiunque di cedere o semplicemente affittare a non residenti locali ad uso di abitazione, salvo opportuna autorizzazione.

Il comune è giunto, dopo secoli, ad una piena maturità giuridica e ad un certo grado di autonomia e di benessere, ha già sostenuto con le comunità vicine più di un conflitto a difesa delle proprie prerogative territoriali, ottenendone in genere sostanziali vantaggi, e sente quindi l’esigenza di stabilire regole certe a protezione del proprio territorio e dei propri abitanti.

Lo fa con l’esericizio di una primitiva ma efficace forma di democrazia diretta, l’assemblea dei capifamiglia, i liberi proprietari, appunto, rito di chiara derivazione germanica ancor oggi in uso presso alcuni cantoni della Svizzera interna, ma deve anche sottoporsi all’approvazione del feudatario, il conte Filippo Borromeo di Arona, che prontamente la concede per mano del proprio delegato, il cancelliere e notaio Michelangelo da Pistorio, con atto rogato a Vogogna il 9 Febbraio 1505.




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2 agosto 2008

C’ERA UNA VOLTA L’ACLI

 Si sarebbe dovuto chiamare circolo in effetti, ma la parola bar sembrava certo dare una ventata di modernità al gruppeto di appassionati che, sul finire degli anni ’40, gli diede vita dalle ceneri della vecchia osteria d’i Ciapp, con tabaccheria annessa, dove ai tempi d’oro, subito dopo la guerra, si ballava nel salone del primo piano.

Stava la sull’angolo, di fronte alla ferramenta nuova della Licinia, in fondo a quella che tutti i casalesi chiamavano la piazza dal dutur, pur trattandosi solo del tratto iniziale di via Gravellona reso un poco più largo dalla copertura dell’Uriasciol (rio Mauleia) e dalla costruzione del nuovo Municipio con l’aiuola antistante.

Non ricordo la prima volta che ci sono entrato, ma ero senz’altro un bambinetto. La dentro si trovava l’unico (forse) televisore del paese e il sabato sera c’era sempre il pienone per vedere Il Musichiere di Mario Riva. Alle nove scoccava l’ora fatale: il banconiere piazzava una fioriera da quaranta litri nel bel mezzo dello stradone, ci piantava l’asta dell’antenna e, con l’aiuto di qualche volenteroso, la orientava fino a captare il segnale proveniente al ripetitore di Candoglia; purtroppo però, pur essendo nel ’58 o ’59, qualche auto cominciava a circolare e quindi si doveva ogni tanto correre a spostare il marchingegno, ripetendo poi da capo la complicata manovra.

Famose in tutta la zona erano le cene che vi si svolgevano, così come i tornei di bocce e di scopone scientifico, gioco, anzi palestra per le menti, cui ci si doveva dedicare con la massima serietà e applicazione, pena terribili lavate di capo dal socio, se non otteneva risposta alle carte ballate, e dai sempre numerosi e competenti, a lor dire, spettatori.

Poi tutto è cambiato rapidamente. I televisori si sono diffusi in ogni casa e l’ACLI è divenuto il punto abituale di ritrovo di un numeroso gruppo di ragazzi e giovani che si incontravano, nel salone pieno di fumo e del fracasso del juke box e del flipper d’inverno, sul terazino antistante quand il tempo lo permetteva, a discutere di auto, di ragazze, ma anche di politica e di sociale. In quell’ambiente, al fianco della parrocchia, molti hanno maturato esperienze sboccate poi in occasioni d’impegno diverse e preziose per la comunità. Basti per tutti ricordare come una pattuglia di giovanotti poco più che ventenni, con l’aiuto di alcuni adulti, abbia saputo all’occorrenza mantenerlo in vita e aperto ai soci per più di un anno nel periodo di mancanza di banconieri, provvedendo nel frattempo con le proprie mani a ricavare dalla ex sala delle assemblee un piccolo appartamento che permettesse di trovare nuovi gestori.

Sul finire degli anni ’80 il circolo ACLI di Casale ha dovuto chiudere i battenti; troppo difficili erano divenute le condizioni per portare avanti un’attività che non riusciva più a sostentarsi economicamente e che aveva in gran parte cessato di svolgere il ruolo sociale per cui era stata creata. Ma non dimentichiamo che per molti di noi è stato una palestra di vita, che da li sono passate molte persone che hanno poi rivestito ruoli di grande responsabilità all’interno della società e delle istituzioni.




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2 agosto 2008

NAMMONE, CHI ERA COSTUI?

 

Nammoni Quadrati fecerunt mater Maggeia et Alpinus filius, a Nammone (figlio) di Quadrato dedicarono la madre, Maggeia ed il figlio, Alpinus. E’ il testo di una lapide, probabilmente sepolcrale, rinvenuta nel 1870 al Blen, il prato situato a valle del cimitero di Casale, durante lo scavo delle fondamenta per una stalla, ‘nä cäsinä, e murata ora nel cortile dell’antica (uno dei comignoli porta ben in vista la data 1860) Ca ‘d Giuanelä al Pass d’Angët, al secolo via Fratelli Nolli.

Si pensa che Nammone sia stato un legionario, uno di quei soldati che durante l’impero di Augusto contribuirono a conquistare definitivamente a Roma le regioni alpine sconfiggendo la resistenza delle tribù celto-liguri che le popolavano e tra queste i Leponzi, stanziati nelle vallate del Ticino e del Toce, nonché sulle rive del Verbano e del Cusio. I nomi citati fanno peraltro supporre che gli stessi loro portatori fossero originari della zona, nostri progenitori, insomma.

Questo ci fa ancora una volta risalire alle antiche origini delle nostre borgate. Ricordiamo gli importanti ritrovamenti archeologici delle necropoli galliche di Ornavasso, opera, alla fine dell’ottocento di Enrico Bianchetti, e di quella celto-romana di Pedemonte, negli anni ’50 e per mano di Felice Pattaroni. Quest’ultimo studioso spinse le sue ricerche anche sulle pendici del Cerano con ritrovamenti a Crebbia, Ricciano e soprattutto ad Arzo dove, ai Lagugn, portò alla luce i resti di un sito palaffitticolo attribuibile all’era neolitica.

Se poi ricordiamo che lo stesso Pattaroni giunse ad identificare l’insediamento di Pedemonte, situato allora sulle rive del lago Maggiore e alla foce del Toce, con la mitica Stazzona, città dell’oro e capoluogo della provincia romana dell’Ossola, o delle Alpi Atrezziane (ipotesi però non condivisa da altri eminenti studiosi), possiamo capire come la nostra zona, crocevia di importanti strade di comunicazione tra la padania e i territori del nord Europa attraverso i valichi delle valli ossolane e ticinesi (Sempione, Gries, Gottardo, S. Bernardino), abbia rivestito sin dalle epoche più antiche un ruolo di grande importanza e sia stata teatro di avvenimenti capitali della storia non solo locale.




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