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Storia, tradizioni, cronaca di un paese di montagna
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Casale Corte Cerro

provincia del Verbano Cusio Ossola, Piemonte nord-orientale.
Situato nella val Corcera, tra lago d'Orta e lago Maggiore, il suo territorio è adagiato sulle pendici dei monti Zuccaro e Cerano, dai 200 ai 1700 metri di altitudine.
Gli abitanti sono 3500, distribuiti tra il capoluogo e le 14 frazioni.



I testi pubblicati in questo blog, ove non diversamente indicato, sono scritti da Massimo  M. Bonini - barbä Bonìn

I testi dialettali sono trascritti utilizzando le regole fonetiche fissate dalla Consulta Regionale per la Lingua Piemontese, adattate alle varianti locali dalla Compagnia dij Pastor.
 

 


I post presenti in questo sito vengono replicati all'indirizzo http://casalecortecerro.blogspot.com

Casale Corte Cerro e Massimo M. Bonini sono presenti in Face Book.
 


 

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Leggende
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1 ottobre 2008

ËL FORN DLÄ CUSC - L'antro della donna selvatica

 La Cusc era una donna selvatica, con il corpo completamente coperto di peli, che abitava con il suo piccolo in un antro sotto Pra Mauleia - presso il Getsemani - luogo che i Casalesi avevano denominato ël forn dlä Cusc. Aveva fama di strega e di essere eterna, ma si mostrava raramente ai comuni mortali.

Un brutto giorno però, attirata dal canto delle massaie che lavavano i panni nelle acque dell'Oriascieul (rio Mauleia, o rio dei Ceretti), si mise a spiarle dai cespugli della riva e, scorto un neonato lasciato dalla madre a riposare sotto un albero, lo rapì, affascinata dal suo candore, lasciando al suo posto il proprio piccolo, brutto e peloso come lei.

La donna sconsolata, dopo vane e affannose ricerche, si portò a casa il bimbo scambiato, ma non riusciva a trovare il coraggio di allattare quel mostriciattolo e questi piangeva a dirotto e tanto forte da farsi udire anche dalla propria madre, che intanto, nell'antro nascosto, tentava a sua volta invano di consolare il piccolo rapito.

Il giorno seguente la madre casalese si vide comparire davanti la Cusc che, porgendole il figlioletto, pronunciò con voce gutturale le uniche parole che mai le siano state udite: "Tëgn, tëgn ël teu biänchin, damm, damm ël mé plosin"* E ripresasi il suo piccolo, si dileguò veloce tra gli alberi.

* Tienti il tuo piccolo candido e ridammi il mio peloso.


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permalink | inviato da CasaleCorteCerro il 1/10/2008 alle 21:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

1 ottobre 2008

FANTASMI E NO

                                                                   ËL PÄSSÓN

L'uomo dal passo pesante

Il barbä (zio) Sctevän, che abitava ad Arzo, sentiva durante certe buie notti d'inverno strani rumori nella strada prospiciente casa sua: dei passi lenti e pesanti, come se qualcuno camminasse calzando grossi scarponi ferrati e portando un greve peso sulle spalle, ma scrutando dalla finestra non si scorgeva passare nessuno. Era uno spirito e il barba l'aveva soprannominato Pässón.

Piuttosto preoccupato, il buon Stefano, uomo devoto e timorato di Dio, chiese aiuto al parroco e questi gli consigliò di uscire senza timore nella via e chiedere apertamente al fantasma cosa lo tormentasse; in base alla risposta si sarebbe studiato poi il modo di "confinarlo", cioè di rimandarlo definitivamente tra i trapassati.

Il piano venne messo in atto e il Passón cessò finalmente il suo tormentato peregrinare. Barba Sctévän, però non volle mai confidare ad alcuno chi realmente fosse stato e a quale prezzo avesse infine ritrovato la pace.

MÄGÓN E IL CUOCO DISONESTO

La Mägón era una bottegaia, probabilmente proprietaria di uno di quei negozietti di paese dove si vendeva un po' di tutto. Gli affari però non prosperavano e la donna, già sparagnina di natura, prese a truffare i clienti con l'aiuto di una bilancia truccata.

Anche per lei la punizione venne dopo la morte: il suo spirito dannato vagava nottetempo tra gli acquitrini del Pozzaràch e, non avendo neppure diritto a dimorare nel camposanto, durante il giorno si nascondeva in un pozzo, al Cäntón.

Destino simile toccò a un ex cuciniere dell'esercito regio, uso ad appropriarsi del formaggio destinato al rancio della truppa: i tetti di Casale videro per notti e notti il fantasma vagare senza meta, lamentandosi e trasportando le pesanti forme di formacc dä grätâ (grana).

ËL NODAR CHË'L ROLAVÄ IJ BÒCC

Il notaio che faceva rotolare i sassi

Viveva un tempo in Casale un notaio di non specchiata onestà, che un giorno si recò a Mergozzo per concludere la vendita di alcuni terreni di proprietà comunale. A quel tempo non esisteva ancora il ponte sul Toce, a Gravellona (fu costruito nel 1888) e il fiume veniva attraversato su barche o chiatte; il nostro notaio, mentre veniva traghettato per il ritorno, lasciò destramente scivolare in acqua la sua finanziera. "Lä mé märsinä!.. Ij sòod dël cumun!"* gridava con ben simulata disperazione. Ma il ricavato della vendita era al sicuro nel taschino del panciotto. Invano i barcaioli si tuffarono nell'acqua fredda, ma la giacca, sapientemente appesantita, si era rapidamente inabissata ed era stata trascinata via dalla corrente.

Gli amministratori comunali dovettero darsi pace per la disgrazia e il furbo notaio si tenne i soldi, ma non ritenendo prudente investirli immediatamente, pensò bene di murarli in casa propria, nascosti dentro una dojä**. Pare che non riuscisse mai a utilizzare quel denaro e si dice inoltre che il contenitore sia stato ritrovato intatto quando la casa venne demolita, molti anni dopo, fornendo parte del capitale per la fondazione di una nota industria locale...

Ma la giustizia divina non dimentica e la punizione fu terribile: lo spirito del notaio venne condannato a vagare senza pace tra i gerbidi del Pianello, dove manifestava la sua furia facendo rotolare grossi sassi addosso ai passanti.

I buoni casalesi, spaventati dal fracasso e dal pericolo imminente, ricorsero prima al parroco e poi ai vescovo e questi, ponderata la situazione, consegnò al sacrestano una lettera sigillata con l'ordine di portarla nella zona frequentata dallo spettro, deporla a terra e tornare velocemente sui propri passi, senza mai voltarsi, qualunque cosa sentisse. Il pover'uomo quasi morì di spavento nel compiere la sua missione; per qualche istante il fracasso prodotto dai massi che franavano fu terribile, poi tornò la pace. Il fantasma era stato "confinato" e da quel giorno non riapparve mai più.

* La mia giacca!... Il denaro del comune!

** Recipiente in coccio, con coperchio, utilizzato per conservare gli alimenti, specie il salame d'oca (sälämin dlä dojä) sotto grasso


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permalink | inviato da CasaleCorteCerro il 1/10/2008 alle 21:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

21 settembre 2008

LÄ VAL D'IJ CINCH

La valle dei Cinque

Erano in cinque, cinque fratelli, cinque omoni grandi, grossi e spavaldi. Boscaioli, cacciatori, forse contrabbandieri di sale, occasionalmente, con il vicino principato, per arrotondare il magro bilancio di famiglia.

Sguardo franco, passo gagliardo, ogni sentiero del Cerano era come casa loro; tutti li conoscevano e li rispettavano perchè, nonostante quel loro aspetto brigantesco, erano miti e gentili con chiunque.

Ma un brutto giorno l'esercito imperiale ritenne di non potersi più privare dei loro servigi e li chiamò alle armi, tutti in una volta. Loro però non se la sentirono di andare a combattere contro i francesi, non per pusillanimità, ma per non lasciare sola la vecchia madre che non avrebbe saputo come campare. Non si presentarono al reclutamento e quando, qualche giorno più tardi, la pattuglia dei gendarmi venne da Omegna per arrestarli, si diedero alla macchia.

Li inseguirono naturalmente, per prati e orti e boschi, ma i cinque bravi si andarono a rifugiare nella profonda forra del rio Gaggiolo, a monte di Arzo, e appostati alla sua imboccatura attesero i croati con gli schioppi spianati, bloccandoli col loro tiro preciso. A lungo in paese si udirono rimbombare le fucilate, via via più rade, ma nessuno fu più rivisto comparire.

Pare che siano ancora là, a difendere il burrone che prese il loro nome, la Valle dei Cinque. Se vi aggirate da quelle parti al crepuscolo, con l'animo disposto a credere anche le cose più improbabili, forse riuscirete a scorgere una vampata all'interno dell'orrido; e se saprete guardare nella giusta direzione individuerete forse anche il pennacchio del kaporalmeister che, da dietro un masso, ancora fa la posta ai suoi disertori.

Nota: in paese la leggenda è ricordata solo nei suoi tratti essenziali e con sfumature diverse, secondo chi la riferisce. La versione riportata, pur nel rispetto della tradizione, è stata ampiamente romanzata al fine di renderla più leggibile; in particolare è del tutto arbitraria l'ambientazione nel periodo in cui Casale, con tutti i feudi borromei, faceva parte del ducato di Milano e quindi dell'impero austriaco (fino alla prima metà del XVIII secolo) e il principato sabaudo (poi regno di Sardegna) si estendeva sino alla Valsesia e all'alta Val Strona.




permalink | inviato da CasaleCorteCerro il 21/9/2008 alle 21:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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