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Storia, tradizioni, cronaca di un paese di montagna
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Casale Corte Cerro

provincia del Verbano Cusio Ossola, Piemonte nord-orientale.
Situato nella val Corcera, tra lago d'Orta e lago Maggiore, il suo territorio è adagiato sulle pendici dei monti Zuccaro e Cerano, dai 200 ai 1700 metri di altitudine.
Gli abitanti sono 3500, distribuiti tra il capoluogo e le 14 frazioni.



I testi pubblicati in questo blog, ove non diversamente indicato, sono scritti da Massimo  M. Bonini - barbä Bonìn

I testi dialettali sono trascritti utilizzando le regole fonetiche fissate dalla Consulta Regionale per la Lingua Piemontese, adattate alle varianti locali dalla Compagnia dij Pastor.
 

 


I post presenti in questo sito vengono replicati all'indirizzo http://casalecortecerro.blogspot.com

Casale Corte Cerro e Massimo M. Bonini sono presenti in Face Book.
 


 

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Cultura tradizionale
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2 marzo 2014

La luna nera


Consulto i ‘vecchi saggi’ – Barbanera e Frate Indovino, tanto per citare i più famosi – e constato che sabato primo marzo, alle 9 in punto, c’è stata luna nuova. Luna di febbraio, precisano i suddetti saggi, ricordando che, secondo i nostri vecchi, ‘lä lunä, se ‘s fa inprumä dël ses ä n’è mi colä dël mes’ (se la luna ‘si fa’ nuova prima del giorno sei non è di quel mese, ma del precedente).

Luna nuova, luna nera, luna femmina; tempo oscuro di stregonerie e malefici…

Luna nuova marcatempo. Lunä nòvä për tri dì ‘l pròvä, recita il proverbio dei barbä, gli antichi saggi dei paesi di montagna. Significa che i primi tre giorni dovrebbero predire il tempo delle prossime tre decadi. Quindi, prendete nota: sabato 1 marzo pioggia, domenica 2 sereno variabile, lunedì 3?.. E ricordate che si tratta della luna di febbraio, mese pazzo e dispettoso per antonomasia.

Ne riparleremo con il prossimo novilunio, domenica 30 marzo alle 20,45. Nel frattempo potete far riferimento alla mitica Meteo della Svizzera italiana, tutte le sere alle 20,30 sul canale 19 del digitale terrestre. Oh tempora!

barbä Bonìn


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2 febbraio 2014

Candelora

2 febbraio, festa della presentazione di Gesù al Tempio e della purificazione della Vergine Maria. Festa della luce, secondo le antiche religioni, durante la quale si accendono le luci rituali per propiziare l’arrivo della primavera, da cui l’appellativo tradizionale di Candelora.

2 febbraio dì ‘d marca, giorno segnatempo secondo il calendario contadino, con i proverbi che recitano

Për la Candelora dë l’invèrn ä soman fòra,

ma së fiòcä o tirä vént

int l’invèrn agh somän dent.

e

Për lä Candelora

së fa vent e òrä*

për quäräntä dì somän fòrä,

së fa né òrä né vent

për quäräntä dì somän dent.

Mentre scrivo guardo fuori dalla finestra: di òrä – bel tempo – nemmeno l’ombra, quindi…


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10 novembre 2013

L'antica festa della Madonna delle Figlie



La Vergine Maria è da sempre venerata come copatrona della parrocchia di San Giorgio martire in Casale Corte Cerro, nelle immagini della Madonna del Rosario o della Vergine assunta in cielo.

Una ricorrenza particolare è quella che viene celebrata la terza domenica di novembre, in corrispondenza con il ricordo della Dedicazione della Vergine al Tempio, conosciuta come lä Madònä dij Mätän, la Madonna delle ragazze, o delle figlie. Il registro delle tradizioni e delle consuetudini della parrocchia, compilato dai parroci a partire dagli ultimi decenni dell'800, la cita come uso consolidato e non vi sono altri riferimenti alla sua istituzione. Viene particolarmente solennizzata dai primi anni del '900, quando l'arciprete don Pietro Tettoni fece collocare in chiesa la statua lignea che ogni anno è portata in processione. Leggenda locale vuole che la festa sia stata ‘inventata’ per dare soddisfazione alle ragazze che un tempo venivano tenute sotto stretto controllo dalle famiglie e quindi, per un giorno almeno, potessero divertirsi con una certa libertà.

Fu collocata simbolicamente a fine autunno, quando tutte le famiglie erano ormai rientrate dagli alpeggi e i lavori agricoli più pesanti terminati, permettendo così momenti di pace e di svago impossibili in altri periodi dell’anno.

Un mese prima l’arciprete ‘di moto proprio e senza obbligo di consultarsi con la fabbriceria né alcun altro’, come recita il già citato registro delle usanze, procedeva alla nomine della priora e della vice priora – signora maritata e non vedova la prima, signorina la seconda – che per un anno avrebbero dovuto collaborare all’organizzazione di alcuni eventi in parrocchia, in particolare durante le festa patronali e copatronali, e sostenerne le attività economiche. Reminescenza forse dell’esistenza di un’antica confraternita femminile, di cui si sono però perse le tracce, erano cariche molto ambite ed esisteva un preciso sistema di individuazione delle nominabili, sistema che tenesse conto dell’attribuzione delle cariche, a rotazione, a persone residenti nelle diverse frazioni su cui la parrocchia si articola.

Le celebrazioni cominciavano la domenica precedente, seconda di novembre, con la questua delle Cercone. Gruppi di tre ragazze, scelte dalle priore, andavano di casa in casa a raccogliere oboli per le casse parrocchiali. Si portavano appresso un alberello confezionato con un ramo di bosso (märtèlä) adorno di nastri colorati e di lustrini e in cambio delle offerte lasciavano in dono noccioline o piccoli dolciumi. La loro ricompensa consisteva nei tre abbondanti pasti della giornata – colazione, pranzo e cena – che consumavano insieme presso l’abitazione di una delle tre, a rotazione. Oggi giorno l’organizzazione non è più così rigida, l’età dei partecipanti si è abbassata e dei gruppi, ormai a numero variabile, fanno spesso parte anche bambini o ragazzi. Il ‘giro’ viene effettuato di sabato pomeriggio e il pasto comunitario si è ridotto a uno solo, una cena offerta sempre dalle priore la sera stessa.

Il giorno della festa era prevista la Messa solenne con la presenza delle priore ‘in grande spolvero’, cui seguiva il pranzo di gala, sempre preparato dalle priore, cui era d’obbligo invitare il parroco, l’eventuale coadiutore, il predicatore che in queste occasioni era fatto intervenire per vivacizzare ancor di più la celebrazione, il fabbriciere, l’organista e il sacrestano. Nel pomeriggio poi si svolgeva il rito di maggior evidenza, la processione per le vie del paese con la statua della Vergine portata a spalle, a turno, dalle ragazze festeggiate. Erano presenti le due confraternite con i paramenti bianchi e rossi, e tutta la popolazione che recava offerte, di solito in forma di generi alimentari. Chi se lo poteva permettere acquistava, direttamente dal sacrestano, e offriva invece i ceri per l’altare.

Al termine della processione un banditore esperto procedeva all’incanto dell’offerta, mettendo all’asta quanto donato. Al di fuori dell’ambiente parrocchiale veniva poi organizzato il ballo delle ragazze, che si protraeva fino a sera.



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23 aprile 2013

23 aprile - Giornata del Drago


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20 maggio 2012

Pass e pass, passin, passet



Omegna 26-05-2012

PASSO PASSO DAL MOTTARONE A NEBBIUNO

Il 23 ottobre 2011, al termine della stagione di alpeggio, Paolo Tondina, uno degli ultimi allevatori erranti del Mergozzolo, al discargava l’alp, partiva cioè con i suoi armenti – circa cento capi tra vacche, capre e asini - dalla Cassina Vèrda, presso Lucciago per rientrare a Nebbiuno. Un’operazione, quella della transumanza stagionale, che un tempo era tipica di ogni nostro paese e di tutte le famiglie.

Quella domenica a seguire il cammino dei pastori – circa sei ore di camminata ininterrotta – c’erano anche Valerio Amadori, grande appassionato di fotografia, e Giorgio Scalenghe, veterinario dell’Azienda Sanitaria Locale, armati di pazienza e fotocamere, per documentare quell’antico rito rimasto pressoché immutabile nel tempo.

I risultati dell’operazione saranno presentati sabato 26 maggio alla biblioteca civica di Omegna, in via XI Settembre, attraverso una mostra fotografica e la proiezione di un video documentale. A far da accompagnatore ci sarà anche Massimo M. Bonini, barbä Bonìn dlä Cort Cèrä, con una chiacchierata storico musicale sul tema ‘Per monti, boschi e prati. Il lavoro del contadino di montagna nella cultura tradizionale’.

L’evento, ad ingresso gratuito, avrà inizio alle 17; la mostra resterà aperta sino al 30 giugno.


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27 febbraio 2012

Lingue, dialetti, cultura tradizionale all'UNI3 di Omegna

 

COMPAGNIA DIJ PASTOR
Associazione piemontese per la conservazione e la tutela del patrimonio linguistico e culturale tradizionale nei territori del Verbano Cusio Ossola e del Novarese
 
Comune di Omegna – Assessorato alla Cultura
UNI3 – anno accademico 2011/2012
 
CORSO
 
Lingue, dialetti e cultura tradizionale
Omegna, il Cusio, l'Italia nord occidentale
 
con il patrocinio di Ecomuseo Cusius del Lago d’Orta e del Mottarone
 
Relatore   prof. Massimo M. Bonini: insegnante, giornalista, ricercatore, docente di lingua piemontese
 
8 marzo 2012              Tra dialetti e culture materiali: problemi di trascrizione di una lingua parlata.
 
22 marzo 2012            Canti popolari del Cusio.
 
5 aprile 2012               Quattro passi per Casale… comodamente seduti in poltrona.
 
12 aprile 2012             Canti popolari di Intra e delle sue valli
 
19 aprile 2012             Qui tutti conoscono Omegna… O no?
 
26 aprile 2012             Il dialetto dei mestieri perduti.
 
 
L’esatta successione degli incontri potrà essere modificata per motivi organizzativi. Agli incontri potranno inoltre prendere parte esperti delle materie di volta in volta trattate
 
sede delle lezioni: Forum di Omegna, parco Maulini                 il giovedì dalle 15.00 alle 17.00
costo d’iscrizione € 30,00
 


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2 febbraio 2012

2 febbraio, Candelora - Presentazione di Gesù al Tempio

 

Për lä Cändelòrä,
së fa vent e òrä
 
për quäräntä dì somän fòrä,
së fa né òrä né vent
 
për quäräntä dì
 
somän dent...

 
Incheui né òrä (bel temp) né vent...

 
Mätai, prëparèv!.. An parlaromä lì dré 'l dodës 'd marz.


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31 agosto 2011

San Giuseppe d'Arimatea

Giuseppe d'Arimatea, secondo i Vangeli, fu il ricco possidente che si fece consegnare da Ponzio Pilato il cadavere di Gesù per deporlo nel sepolcro che aveva preparato per sè stesso, quello da cui il Cristo risorse dopo tre giorni.

Secondo la leggenda Giuseppe aveva raccolto in un calice le ultime gocce di sangue del Cristo morente, il sangue del Re dei re, quindi sangue reale. Anni dopo si spostò in Europa occidentale, si dice nel sud della Francia, portandosi Maria di Magdala, la Maddalena, e quella coppa che depositò in qualche posto mantenuto segreto e che nei secoli successivi divenne una potente reliquia - il Santo Graal - alla cui ricerca si dedicarono religiosi, cavalieri e monarchi.

Giuseppe d'Arimatea fu proclamato santo; la sua memoria si celebra oggi, 31 agosto.


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25 maggio 2011

Piòv o piòv miä?

Fa caud, piòv miä d'on tòch e l'aivä lä calä.
Veuta digh al prëvòst dë tiràa fòo 'l Crucifiss dë Rämà...


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18 maggio 2011

Calendario tradizionale delle feste e dei lavori

 

Vi propongo un viaggio. Un viaggio non particolarmente lungo, dal punto di vista geografico – ci muoveremo tutt’attorno al lago d’Orta e nei suoi immediati dintorni – ma soprattutto un viaggio nel tempo, fino alla preistoria e ritorno, seguendo il cerchio dell’anno, lasciandoci condurre… dal calendario.
Con un’avvertenza. Per il nostro viaggio avremo bisogno di uno strumento importante: la lingua. La lingua parlata dalla gente, quella con cui nei secoli – anzi, nei millenni – è stata codificata e trasmessa la cultura della gente, lingua che non corrisponde mai a un canone letterario, ma piuttosto alle esigenze pratiche quotidiane, lingua diversa da zona a zona e pure con carattere di forte unitarietà, lingua regionale… dialetto. Io parlo quello del mio paese, Casale Corte Cerro e lo scrivo utilizzando le regole fonetiche e grammaticali fissate dalla Consulta regionale per la Lingua Piemontese, adattate alle nostre parlate, che dal piemontese vanno virando nel lombardo occidentale man mano che ci si sposta da ovest a est, dalla Compagnia dij Pastor di Omegna.
 
Il calendario, dunque. Quel blocchetto di fogli che tutti teniamo appeso alla parete di casa, che consultiamo per conoscere i giorni di festa e di lavoro, il trascorrere delle stagioni, la scadenza degli onomastici. Il calendario, appunto, ma sarebbe meglio dire ‘I’ calendari, perché di tali strumenti se ne possono citare parecchi. Innanzitutto il calendario solare, di tipica cultura maschile, quello formato da dodici mesi; e dodici, si badi bene, è un potente numero magico, così come il tre e il sette. Dodici sono gli apostoli di Cristo, dodici le tribù d’Israele, dodici i principali pianeti e le ‘case’ dello zodiaco. Ma esiste anche un calendario lunare, legato alla cultura femminile e basato sulle fasi, o quarti, del satellite terrestre con un ciclo di ventotto giorni e scadenze precise, tanto che Lä lunä, se ‘s fa inprumä dël sés, n’è mi colä dël mès [1]. E’ nota l’influenza delle fasi lunari sui cicli biologici e naturali e quindi sui lavori agricoli.
Poi esiste un calendario dei santi le cui ricorrenze ricordano il martirologio – la seconda nascita – dei grandi personaggi della chiesa cristiana. Per i nostri vecchi era questo il principale riferimento, tanto che per loro avevano scarso significato date come il 15 gennaio o il 30 novembre, ma sapevano ben collocare le ricorrenze di san Mauro e di sant’Andrea. E val la pena di ricordare che il calendario antico differisce da quello moderno, dopo le riforme apportate alcuni decenni or sono.
E ancora, di somma importanza per la nostra preistoria, il calendario celtico, incentrato sulle grandi festività di quelle antiche popolazioni. Sahmain, tra autunno e inverno, Imbolc tra inverno e primavera, Beltaine a mezz’estate e Lughnasad al centro dell’estate, senza contare le numerose divinità minori.
 
Da qui allora, in omaggio agli antenati preistorici, iniziamo il nostro viaggio. Da quel Sahmain nel cui giorno, o meglio, nella cui notte – che per gli antichi il nuovo giorno iniziava al crepuscolo – i defunti tornavano sulla terra a visitare i propri discendenti. Morti benigni, tornanti a portare consolazione e consiglio. Morti da attendere con trepidazione e accogliere degnamente, preparando loro un banchetto di benvenuto. Ancora ai tempi della mia infanzia gli anziani andavano a letto, la sera del 31 ottobre, dopo aver recitato il rosario, lasciando sulla tavola castagne, latte e vino: la cena dei morti. Riti precristiani che la Chiesa non è mai riuscita ad estirpare, riti che ha cercato di sostituire sovrapponendo a quel momento una delle sue feste più importanti: Ognissanti, all Hallow even - la sera di tutti i Santi - in inglese. Quando le carestie dell‘800 costrinsero milioni di irlandesi a rifugiarsi in nord America, costoro si portarono dietro le tradizioni degli antenati, tradizioni che nel giro di pochi decenni si sono trasformate e ci sono ritornate sotto la forma di quel patetico carnevale a base di streghe e fantasmi che tutti conosciamo con il nome di Halloween.
Abbiamo citato le castagne, il pane dei poveri. Era tradizione che nel pomeriggio del primo novembre nelle osterie si preparassero ij bärgol, le castagne bollite da servire a chi tornava dalle cerimonie nei cimiteri insieme al primo assaggio del vino novello.
 
L’11 novembre si ricorda san Martino, il cavaliere romano che, secondo la leggenda, divise il proprio mantello a colpi di spada per donarne un metà ad un infreddolito mendicante.
A san Martino, tradizionalmente, terminava l’annata agraria e si rinnovavano i contratti di mezzadria e di affittanza. E le famiglie contadine che non ottenevano il rinnovo dovevano traslocare altrove le proprie povere cose, da cui l’espressione fàa sän Märtin. E ancora, il giorno di san Martino segnava l’inizio del periodo di libero transito tra i campi e i prati, periodo che durava sino a san Giuseppe, il 19 di marzo.
Per gli antichi Martinmas, il giorno di Martino, segnava l’inizio dell’inverno, quando il santo cavalca al crepuscolo e porta la prima neve.
Infine questo è di ‘d marcä, giorno segna tempo. Se al tramonto il cielo sarà sereno ci potremo aspettare un inverno breve e clemente, ma se il sole tramonterà tra le nubi neve e freddo intenso non mancheranno. Ma comunque è bene ricordare che, nonostante l’estate di san Martino, l’invèrn l’hä mai mängià ‘l luv. [2]
 
Novembre era il mese dei rientri. Gli emigranti stagionali tornavano dai loro lavori nelle pianure o nelle città d’oltralpe, gli alpeggi erano stati ormai ‘scaricati’, gli ultimi frutti raccolti e i campi preparati per l’inverno. Le famiglie erano finalmente riunite e c’era tempo da dedicare alla vita sociale. In questo periodo, la terza domenica del mese, i casalesi avevano collocato la festa della loro copatrona, la Vergine del Rosario, ricordata come Mädònä dij mätän, Madonna delle ragazze. Ragazze che una settimana prima organizzavano una questua che le portava, a gruppi di tre, in tutte le case del paese a raccogliere le offerte per la parrocchia. Recavano un ramo secco – simbolo della stagione - adorno di nastri colorati, di nocciole e di dolciumi che venivano distribuiti in cambio dell’obolo ricevuto.
Il 25 novembre si festeggia santa Caterina d’Alessandria e për säntä Cätärinä ij vach ä lä cässinä, ij pèvär ä lä provinä e ij crav ä lä giavinä. [3] Naturalmente, per ben gestire la stalla, inprumä ‘s tràa fòo ‘l làam e peui ‘s tirä dént ël stràam.[4] Chi ha orecchio per intendere…
Për sänt’Ändréä ël frëcc äl montä in cädrègä, a sant’Andrea, 30 novembre, il freddo comincia veramente a farsi sentire. In valle Strona si festeggiava il rientro degli emigranti stagionali, palai e peltrai. Altrove questa era la notte dei morti viventi, che l’inverno è tempo di tenebre e malefici.
 
E di neve.
2 dicembre, santa Bibiana, di’d marcä: së fiòcä për säntä Bibiänä, fiòcä për quäräntä dì e ‘nä smänä.[5] 40 è un altro numero magico, di solito legato ad eventi infausti, una specie di maledizione ricorrente nel calendario tradizionale. Quaranta giorni durarono il diluvio universale e il digiuno di Cristo nel deserto, quaranta giorni dura la Quaresima e per quarant’anni il popolo d’Israele vagò nel deserto alla ricerca della terra promessa.
 
Il 6 dicembre si ricorda san Nicola. Si racconta che Niklaus, vescovo di Mira, in Siria, usasse aiutare i suoi concittadini aggirandosi di notte e lanciando doni dalle finestre. Una volta l’obolo finì dentro una calza stesa ad asciugare e da qui nacque la leggenda di uno spirito benefico vestito di rosso – colore della tonaca vescovile - che porta doni nelle notti d’inverno. Nel nord Europa il santo vescovo, con il nome storpiato in Santa Klaus, arriva nel giorno della sua festa a portare doni ai bambini buoni mentre il suo assistente, l’orrido gnomo Knetcht Ruprecht, sferza i cattivi con la sua frusta.
Nel nord Italia è invece santa Lucia, ricordata il 13 dicembre, a dispensare i doni. Li depone nelle scarpe che i bambini lasciano a sera sul davanzale di una finestra, insieme a un poco di fieno per l’asinello che li trasporta. Giovannino Guareschi ricordava questa tradizione della sua Emilia in uno dei deliziosi racconti di Natale, intitolato proprio L’asino di Santa Lucia.
Nel calendario antico il solstizio d’inverno, momento di minor durata della luce diurna, cadeva proprio in questo giorno, tanto che säntä Luziä l’è ‘l dì pussè curt chë’gh siä.[6]
Gli antichi indoeuropei, provenienti dall’estremo settentrione, avevano terrore del buio invernale, temevano che il sole, inghiottito dall’interminabile notte artica potesse non tornare a riscaldare e fecondare la terra. Da qui tutta una serie di riti propiziatori tra i quali, in Scandinavia, la processione delle vergini della Luce, con il capo adorno di lumi, cui si riallaccia il nome di Lucia, portatrice della luce.
Nel calendario attuale il solstizio d’inverno cade il 21 dicembre, giorno di san Tommaso; infatti sän Tomà, né ‘l và né ’l stà.[7]
In questo periodo i romani celebravano i Saturnali, festa di Saturno, dio delle tenebre. Nei territori occitani e di più radicata tradizione celtica si esegue la danza delle spade, lo bal do sabre, rito di difesa dall’oscurità. I vichinghi posizionavano sulle più alte vette le sentinelle della luce, con il compito di segnalare con il suono dei corni il ricomparire del sole all’orizzonte meridionale.
 
E la luce ritornava, pochi giorni dopo il solstizio, vittoriosa sulle tenebre e festeggiata proprio come il Sole Invitto. Aveva inizio un lungo periodo di allegria, le dodici notti magiche (dodici, si badi bene). Nei focolari veniva acceso lo Jól, un grande ceppo che doveva ardere di fuoco perenne e sventura avrebbe colto la famiglia che lo avesse lasciato spegnere.
Cosa poteva fare la Chiesa, se non sovrapporre ai festeggiamenti per la rinascita della luce quella che commemorava l’analogo evento, il Natale di Cristo, luce dell’umanità. Quel Natale che i cristiani delle origini festeggiavano a fine marzo e che solo dopo alcuni secoli venne spostato in questo periodo, per ovvi motivi. Për Nädal ël pass d’on gal.[8] Ma è anche di ‘d marcä: Nädàl äl sol, Pasquä äl tizzón.[9]
Quella della vigilia di Natale è una notte magica, di grande pace, durante la quale gli animali prendono a parlare tra di loro e, a chi li sa ascoltare, rivelano i luoghi ove si celano antichi tesori. La mattina successiva le madri usavano lavare i neonati con acqua scaldata su un fuoco di rami di ginepro (brisciol), cosi come fece la Vergine col santo Bambino.
 
Ben diversa la notte del 31 dicembre, giorno di san Silvestro Papa. Notte di tregenda, nella quale si scatenano gli spiriti maligni. Per allontanarli servono luce e rumore ed ecco che per i vicoli dei paesi si aggirano gruppi di uomini muniti di torce e armati di bastoni che sbatacchiano fragorosamente; spari ed esplosioni, naturalmente, amplificano l’effetto dell’esorcismo.
Altrove si eliminano gli oggetti vecchi e inutili lanciandoli dalle finestre e nel rogo dell’anno vecchio, sotto forma di fantoccio di paglia, si immagina di bruciare ogni negatività del passato per far posto al nuovo e migliore – si spera – in arrivo.
 
Epifania, la dodicesima notte magica, chiude il ciclo delle feste d’inverno. Epifania, la prima manifestazione di Cristo – che viene pubblicamente presentato ai Magi, rappresentanti di tutte le genti del mondo – tanto da essere popolarmente citata come Pasqua Befanìa, anticipazione quindi della Pasqua, vera manifestazione della potenza divina nella Resurrezione. In alcune regioni si appendevano pane, sale e dolciumi ai rami dei meli per risvegliarne la fertilità mentre un uomo con maschera di toro - simbolo di vigore e fertilità – si aggirava per le campagne. Riti di questua si tenevano in molti paesi, così come le rappresentazioni della Stella e del Gelindo, recite popolari che ricordano ancor oggi l’adorazione dei pastori e l’arrivo dei Magi. E proprio di loro parla il Canto dei Tre Re, antica melodia che accompagna e chiude tali rappresentazioni, così come le funzioni religiose.
A Colloro di Premosello è ancora vivo il rito della Carcavègia, falò rituale di un fantoccio di paglia che ricorda la leggenda secondo la quale alcuni burloni furono mandati al rogo dai Magi per aver loro fornito false indicazioni circa il percorso verso Betlemme.
 
Terminate le ‘feste’ ha inizio il periodo più duro dell’anno, quello del maggior freddo e delle nevicate più intense. Cadono in questa seconda parte di gennaio le ricorrenze di alcuni santi particolarmente venerati nelle nostre zone, santi che la gente soprannominò mërcänt ëd fiòcä.[10]
Il 15 san Mauro abate, il fido collaboratore di san Benedetto, che i montanari invocavano come protettore dai lupi; il 17 sant’Antonio abate, protettore degli animali domestici, nella cui festa viene benedetto il sale che servirà per allontanare le epidemie di afta. E ricordiamo che ormai, a quasi un mese dal solstizio, il giorno si è sensibilmente allungato: për sänt’Äntòni, n’orä bonä.[11]
Il 22 gennaio è san Gaudenzio, primo vescovo di Novara.
Il 31 san Giulio fa il paio con il fratello Giuliano, celebrato il giorno 9. Troppo spazio richiederebbe la narrazione delle infinite leggende legate ai due monaci che, partiti dall’isola greca di Egina con il voto di erigere cento chiese – tanto che Giulio è considerato patrono dei muratori – arrivarono a portare il cristianesimo nel Cusio. La cacciata di Giulio da Omegna a bondonài[12], la traversata del lago sul mantello, la liberazione dell’isola dai draghi, la costruzione delle due basiliche con l’impiego di un unico martello che i due fratelli si lanciavano da un colle all’altro, il lupo aggiogato al carro di legname…
Ricordiamo invece come i due santi fossero invocati contro ogni sorta di pericolo naturale: sän Giuli e sän Giuliän an vardän dlä lòsnä e däl trón, dij luv, dij sërpént e dlä gramä sgént.[13]
 
Periodo di gran freddo, quindi, culminante nei tre giorni che Gennaio, un tempo il mese più corto, si fece prestare dal fratello Febbraio – dimenticandosi poi di restituirli – per vendicarsi di chi lo aveva sbeffeggiato per tale brevità. Furono giorni di bufera e della sua furia rischiò di pagare il fio una povera merla, mitico animale dal candido piumaggio, che per salvare sé stessa e i suoi piccoli non trovò di meglio che rifugiarsi nel comignolo di un casolare dove il fumo li mantenne sì al caldo, ma li ridusse per l’eternità al cupo colore che tutti conoscono. Sono però giorni di passaggio, che annunciano l’approssimarsi della primavera, e la buona stagione viene invocata con riti scaramantici che prevedono scherzi individuali, ma anche – a Casale, Borca, Fondotoce, Suna – questue e cene collettive: ä l’è mòrtä, l’è mòrtä! Fòo sgiänèr, dént fëvrèr, viva lä mèrlä[14] gridavano i questuanti sotto le finestre dei ‘riveriti’, bruscamente svegliati in piena notte.
Periodo di gran freddo, si è detto, ma il 21 gennaio për sänt’Ägnésä, lä lisèrtä in su lä scésä.[15] E pochi giorni dopo, il 2 febbraio, è Candelora, festa della luce propiziata dalle candele accese la vigilia. E dì ‘d marcä. Për lä Cändelòrä, së fa vént e òrä për quäräntä dì sommän fòrä, së fa né òrä né vént per quaräntä dì somän dént. Ä Candelora dä l’invern ä somän fòra.[16] Candelmas per i celti, secondo i quali Bride, dea della luce, si libera dalla grotta di ghiaccio in cui l’aveva imprigionata la strega dell’inverno e torna a spargere i suoi frutti sulla terra. Quella Bride che la chiesa cristiana sublimò in santa Brigida, patrona d’Irlanda.
Il 3 febbraio, san Biagio protegge dai mali di gola, che viene benedetta con le stesse candele utilizzate il giorno precedente. Il 14 san Valentino si prende invece cura degli innamorati e ricorda che për sän Valëntin, lä prumavérä l’è visin, senza però scordare che ël sol ëd fëvrèr, l’è gram comè ‘n sbér e che, ogni quattro anni, an bisèst, ass marìä incä ij tëmpèst.[17]
 
Febbraio è soprattutto il mese del Carnevale, il periodo del ‘mondo alla rovescia’ quando i signori trasferiscono per qualche giorno il potere al popolino, passandogli le chiavi delle città e lasciando che questo si diverta con ogni sorta di stramberia. Sono cinque giorni – dalla giobiasciä al martis grass – segnati da un’infinità di riti pagani – troppi per poterne parlare diffusamente nel breve spazio di un articolo - dalla segagione della vecchia al rogo del carnevale, ai corsi mascherati e alle battaglie rituali.
Il baccanale termina però, inderogabilmente, alla mezzanotte del martedì, quando ël cämpänón, la campana principale delle chiesa parrocchiale, batte tredici rintocchi. Con il mercoledì de Le Ceneri inizia la Quaresima, quaranta giorni di silenzio, digiuno e penitenza. Con le dovute eccezioni però, come le varie osterie in cui, proprio quel giorno e con spirito apertamente anticlericale, gli uomini si ritrovavano a mangiare nërvìt, insalata di tendini.
Ma con la Quaresima esplode la primavera e gli animali, anche i più molesti, si risvegliano dal letargo e vän in amor: schisciä ij puläs marzareui, chë crèpä pà e fieuj.[18] Il tempo fa le bizze e non è da escludere qualche tardiva nevicata, ma quänd a fiòcä in su la fòjä, l’invèrn äl dà pù nòiä.[19] E anche gli umani sentono più forte il richiamo della natura, e lo ricordano con riti come il Cantarmarzo, ad Agrano e Carcegna, quando nelle notti primaverili gruppi di burloni si lanciano richiami da un cocuzzolo all’altro, combinando ipotetici e strampalati matrimoni che vengono suggellati dal suono di corni e campanacci.
Cadono in questo periodo le feste di san Giuseppe, il 19 marzo, e di san Benedetto da Norcia, il 21, in corrispondenza con l’equinozio di primavera. E soprattutto, il 25 marzo, nove mesi prima del prossimo Natale, l’Annunciazione di Cristo.
 
Ma ormai siamo ad aprile, mese di piogge per antonomasia. Äprìil, äss lavä lä squélä e ‘s vàa dromìi, ricordando che l’acquä quätagnä l’è colä ch’lä bagnä.[20]
Arriva infine la Settimana Santa, aperta dalla domenica delle Palme, dì ‘d marcä: së piòv për lä Ramolivä, piòv sèt domingh dë filä.[21] E’ la settimana delle sacre rappresentazioni della passione, come la processione ‘dei giudei’ che veniva messa in scena dai bambini di Casale: nel pomeriggio del giovedì Santo si ritrovavano in un prato per piantarvi una piccola croce e far festa con un’allegra merenda.
Il Venerdì e il Sabato Santo tacciono le campane, per rispetto al Cristo sepolto, e i fedeli vengono chiamati alle funzioni con strumenti improvvisati, agitati sul campanile o portati per i vicoli dai bambini: tich e tach, timblèch e chin chër.[22] La mattina del Sabato Santo le donne benedicevano i pollai, per allontanarne i pidocchi dei polli, e gli occhi ai bambini, per preservarne la vista, con l’acqua attinta a tre diverse fontane.
Pasqua e Pasquetta sono giorni di festa, ma anche ëd marca: vëgnä Pasquä quänd gh’ha vòjä, särà mai sënzä lä fòjä; Pasquetta, bianca lasagnetta; chi mängiä miä läsagnä, tut l’an ël cäragnä.[23]
Il 25 aprile, oggi anniversario della Liberazione, cade la festa di san Marco evangelista, protettore dei setaioli. A Casale si celebrava la procissión dij bigat[24], durante la quale venivano benedette e portate solennemente in processione le uova dei bachi da seta, prima di essere depositate, in ogni casa, sui graticci dove si sarebbero schiuse e dove i preziosi insetti avrebbero prodotto i bozzoli di filo che per secoli rappresentarono un importante fonte di guadagno per le famiglie della nostra zona.
 
A cavallo tra fine aprile e inizio maggio cade la notte di santa Valpurga, ricordata nei paesi germanici come momento di terrore, durante il quale si scatenano le forze del male. Ma soprattutto cade la festa celtica di Beltaine, la celebrazione della primavera e della forza vitale, che gli antichi solennizzavano con falò rituali e orge sacre. Ne rimane un ricordo nei riti del Maggio, quando si rubavano e si piantavano nelle piazze gli alberi di maggio –ad Ameno, Bolzano Novarese, Briga Novarese, San Maurizio d’Opaglio – alberi che venivano adornati di nastri colorati e intorno ai quali i giovani danzavano prima di venderli all’asta e, con il ricavato, procurarsi una merenda in allegria. A Casale Corte Cerro sopravvive il rito della questua, effettuata di notte da un gruppo di uomini che sotto le finestre dei maggiorenti porta l’augurio di una buona e proficua stagione, nel ripetersi di un rito magico e scaramantico che risale alla notte dei tempi: sarà mai ‘nä bèlä està finché Masc särà cäntà[25]
Maggio è il mese dei matrimoni e il giorno 17 si festeggia san Pasquale Baylon, protettore delle donne in quanto inventore dello zabaione, sommo rimedio alla ‘fiacchezza’ dei mariti. Ma sarà bene ricordare che ij dòn e ij frassän, guà lässai indoä nassän; lä dònä? ch’lä piasä, ch’lä tasä e ch’lä stagä casä… E l’òm? Quänd l’è pénä pussè bél che ‘n cän, l’è sé! E per finire vardèv dlä lòsnä e däl trón… e dij dònn dë Migiändón.[26]
Maggio è mese di piogge abbondanti e di giorni segnatempo. Esaltazione della Santa Croce, il 2: së piòv për Säntä Cros, va dë màal nisciòl e nos. San Gottardo il 4: së piòv për sän Gotard, për quäräntä dì fa notä d’aut. L’Ascensione, quaranta giorni dopo Pasqua: së piòv pë’l dì dlä Scénzä, për quäräntä dì somän miä sénzä. Santissima Trinità, la domenica dopo Pentecoste, së piòv për lä Trinità, piov për sèt fèst infilà.[27]
E le piogge portano freddo, tanto che së ‘l ghi incorä on quai sciuscasc, tignil viä pë’l més ëd masc e che srëgn ëd neucc, äl val on pieucc.[28]
Durante i tre giorni precedenti l’Ascensione si celebravano le Rogazioni, processioni che attraversavano i campi e si fermavano ad ogni cappelletta devozionale dove il sacerdote deponeva una piccola croce di cera e recitava la formula benedicente: “A folgore tempestatis libera nos Domine” cui il popolo rispondeva: “Te rogamus, audi nos”, anche se spesso le pie donne finivano per storpiare il latino in formule del tipo “T’è rugà int ël sach dij nos”.[29] In processione veniva a volte portato un serpente di latta montato su una pertica: il primo giorno marciava orgoglioso in testa al corteo, ad ali spiegate, testa alta e coda protesa, il secondo stava in mezzo alla gente e il terzo arrivava ultimo, a cresta bassa, simbolo del demonio sottomesso da Cristo glorioso.
 
Il 13 giugno si celebra sant’Antonio da Padova, invocato per ritrovare gli oggetti smarriti con la formula sänt’Äntòni värdè giù, fèm trovàa col ch’ij ho përdù.[30]
Il 24 giugno la natività di san Giovanni Battista, unico del calendario del quale vengano ricordati sia la nascita che il martirio, cade in prossimità della mezz’estate, il solstizio. E’ la notte in cui le streghe celebrano i loro sabba, ma è anche il momento in cui si raccolgono le erbe medicinali e le noci acerbe per farne un famoso liquore. E si benedicono i bambini, in memoria del santo Battista.
 
L’estate era un tempo stagione morta per i paesi. Gli abitanti erano quasi tutti negli alpeggi, gli uomini validi partiti per l’emigrazione stagionale e la vita sociale ridotta al minimo. Stagione di lavoro e di temporali, durante la quale si feteggia, il 12 luglio, sant’Uguccione (o Lucio), detto sän Ligozzón, patrono dei casari e rappresentato sempre con una forma di cacio, tanto che il suo nome dialettale è divenuto sinonimo di goloso.
22 luglio säntä Märiä Mädälénä, grän acquä lä ménä mentre il 26 è sant’Anna e për sänt’Anä, l’acquä l’inganä,[31] quindi è bene tenersi lontani dagli specchi d’acqua e non farsi tentare dalla voglia di un tuffo rinfrescante.
Ël prum tëmporal d’ägost, ël rinfrëscä ‘l bosch, ma tëmporal dlä sérä për tri dìi ‘l fa férä, tëmporal dlä mätin gh’ha né cò né fin, tëmporal dël dòp disnà, a l’è prëst dismëntigà.[32]
Ad agosto i celti festeggiavano Lug, dio della luce, con falò rituali che ancor oggi vengono accesi sugli alpeggi nella notte della Mädònä d’ägost, Ferragosto. Il 16 si festeggia san Rocco, per secoli invocato come protettore dalla peste, ricordando che për sän Ròch, i risc ä tir dë s-ciòp.[33]
Il 24, san Bartolomeo: per sän Bärtolamé, buzzä dët nëgn e dë drè. E infine: ägost, giù ‘l sol l’è fosch.[34]
 
A settembre si ricorda san Grato, il giorno 7: sän Grà e sän Simón än vardän dlä lòsnä e däl trón; il 22 san Maurizio, comandante della Legio Tebensis, massacrata a Saint Maurice du Vallais nel 286 d.C. e, il 29, i santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele: për sän Michèl, lä märèndä lä và in ciél.[35]
Il ritorno dell’autunno segnava il ripopolarsi dei paesi, la ripresa dei lavori domestici e soprattutto il tempo dei raccolti in particolare della vendemmia. Il primo ottobre, san Remigio, riaprivano le scuole e il 6, san Renato, si assaggiava il vino nuovo: për sän Renà, distupä lä bot incä ‘l curà, mentre il 16, san Gallo, è dì ‘d marca: së fa bél për sän Gal, fa bél fin Nädal, [36] una volta tanto con un buon presagio. Il giorno di san Luca, 18 ottobre, segnava la fine delle semine: për sän Lucä, chi n’ha miä sëmnà ch’ël plucä e il 28 për sän Simón, calä lä rävisciä e crëss ël bondón.[37]
 
Ecco, siamo di nuovo a Sahmain. Il cerchio si chiude, il serpente ancora una volta si morde la coda e noi abbiamo terminato il nostro viaggio intorno all’anno.
Ci ritroviamo un poco più vecchi e, speriamo, un poco più saggi.
 
Massimo M. Bonini, barba Bunin, Casale Corte Cerro (VB)
 


[1] Se la luna nuova arriva prima del giorno sei, non è riferibile al quel mese
[2] L’inverno arriva, prima o poi
[3] A santa Caterina le mucche vanno ritirate nelle stalle, mentre le pecore possono continuare a pascolare tra la brina e le capre, che non soffrono nulla, essere mandate a brucare tra le sassaie
[4] Prima si elimina il letame e poi si stende la nuova lettiera
[5] Se inizia a nevicare, continuerà per quaranta giorni più una settimana
[6] Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia
[7] Non fa in tempo ad arrivare che se n’è già andato
[8] A Natale la durata del giorno si è allungata quanto il passo di un gallo…
[9] Bel tempo a Natale, freddo a Pasqua.
[10] Commercianti di neve
[11] A sant’Antonio un’intera ora
[12] Tirandogli delle rape. Pare anche che il santo, fuggendo, abbia maledetto il terreno di Omegna e che le rape non vi crescano più…
[13] Ci proteggano dal fulmine e dal tuono, dai lupi, dai serpenti e dai malintenzionati
[14] E’ morta, è morta! Fuori gennaio, dentro febbraio, viva la merla.
[15] La lucertola fa capolino sulle siepi, promessa di primavera
[16] Se a Candelora fa vento e sereno si prevedono quaranta giorni di bel tempo, altrimenti il contrario. A Candelora dall’inverno siamo fuori.
[17] A san Valentino la primavera è vicina. Il sole di febbraio è cattivo come un monellaccio. Nell’anno bisestile si accoppiano (raddoppiano) anche le tempeste
[18] Uccidi le pulci in marzo e sopprimerai genitori e figli (prevenendo la deposizione delle uova).
[19] Se la neve cade sulle foglie novelle, l’inverno non darà più problemi
[20] In aprile conviene lavare la scodella (della cena) e andarsene subito a letto. La pioggia che cade lentamente penetra e bagna per bene il terreno rendendolo fertile.
[21] Se piove il giorno dei rami d’ulivo, pioverà per sette domeniche di seguito (7 domeniche, 6 settimane, 40giorni)
[22] Chin chër: raganella. Gli altri sono termini intraducibili che indicano assicelle munite di martelletti o maniglie metalliche che producono un suono ritmico quando si agita l’attrezzo.
[23] Pasqua può arrivare quando vuole (in richiamo alla mobilità calendariale della festa), ma gli alberi avranno comunque le foglie. Chi non mangia lasagne piangerà per il resto dell’anno.
[24] Processione dei bachi.
[25] Non vi potrà essere una buona estate se non verrà cantato il Maggio.
[26] Le donne e i frassini vanno lasciati dove nascono (versione locale del più noto Moglie e buoi dei paesi tuoi). La moglie (perfetta) deve piacere, tacere e rimanere in casa, mentre l’uomo deve solo essere appena più bello di un cane… Guardatevi dal fulmine, dal tuono e dalle donne di Migiandone (ma probabilmente il nome del paese viene aggiunto solo per chiudere la rima)..
[27] Se piove a Santa Croce marciranno nocciole e noci. Se piove a san Gottardo, per quaranta giorni (!) non farà null’altro. Se piove il giorno dell’Ascensione, per quaranta giorni non ne rimarremo senza. Se piove per la Trinità, piove per sette feste di fila.
[28] Se vi avanza qualche ceppo, conservatelo per maggio. Sereno che arriva di notte vale quanto un pidocchio.
[29] Da fulmini e tempeste liberaci o Signore. Ti invochiamo, ascoltaci. Hai frugato nel sacco delle noci.
[30] Sant’Antonio affacciatevi dal cielo e fatemi ritrovare ciò che ho perduto.
[31] Santa Maria Maddalena porta grandi piogge. A sant’Anna l’acqua inganna.
[32] Il primo temporale d’agosto rinfresca il bosco. Temporale di sera impazza per tre giorni, temporale di mattina non finisce mai, temporale di pomeriggio è presto dimenticato.
[33] A san Rocco i ricci (dei castagni) sono ormai a un tiro di schioppo, quindi le castagne sono quasi mature.
[34] A san Bartolomeo piene (dei torrenti) da ogni parte. Ad agosto dopo il tramonto cominciano le foschie.
[35] San Grato e san Simone ci proteggano dal fulmine e dal tuono. A san Michele la merenda sale al cielo (nel senso che il giorno è ormai tanto corto da ‘mangiarsi’ l’ora di merenda.
[36] A san Renato stappa la botte anche il curato. Se è bello a san Gallo sarà bello sino a Natale.
[37] Chi a san Luca non ha ancora seminato dovrà ridursi a piluccare come i passeri. A san Simone appassisce la foglia e si gonfia la rapa.




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17 maggio 2011

San Pasquale Baylon

 

San Pasquale Baylon (Bialonne, in italiacano) protettore delle donne, in quanto inventore dello zabaione, sommo rimedio contro la 'fiacchezza' dei mariti...


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14 maggio 2011

PIÄNT, ËRBÌT E BOSCOGN

 

Alberi, erbe e arbusti
Brevi appunti di botanica popolare
 
Fino dai tempi più antichi, quando l’uomo – o forse sarebbe meglio dire la donna – passò gradatamente dall’esclusiva attività di cacciatore a quella di raccoglitore e poi di agricoltore, la conoscenza del mondo vegetale assunse un’importanza via via maggiore, legata alla consapevolezza di quanto le piante potessero tornare utili dal punto di vista alimentare, tecnologico e medico. Si imparò progressivamente a distinguere tra di loro i diversi tipi di alberi, arbusti e piante erbacee e ci si rese ben presto conto del loro immenso numero e di come fosse necessario classificarle, dare loro nomi condivisi dalla comunità di cui si faceva parte, in modo da potersi scambiare le relative informazioni sull’utilizzo e far crescere il patrimonio culturale del gruppo.
Nomi, quindi. Linguaggio. Ogni comunità il suo; e tutto funzionò sinché non iniziarono gli scambi, in aree geografiche sempre più ampie. Ma ognuno continuò a chiamare le piante a proprio modo, sinché non intervennero le superiori esigenze di una scienza moderna che, a partire dall’età dei lumi – diciottesimo secolo, quindi – prese a scambiare informazioni a livello continentale. E fu così che, nel 1758 lo svedese Carl von Linné, Linneo per i posteri, dall’università di Uppsala pubblicò il trattato Systema naturae, base della moderna sistematica nelle scienze naturali, non solo botaniche.
Oggi, quindi, abbiamo per i vegetali denominazioni popolari, nei diversi dialetti e denominazioni correnti, nelle lingue nazionali, ma solo la classificazione scientifica secondo Linneo – basata sulla coppia Genere / specie - garantisce il riferimento sicuro di ogni essenza.
Nel campo della cultura tradizionale possiamo parlare di piante per uso alimentare, a cominciare da quello che, per le nostre zone di montagna fu il vero e proprio albero del pane: il castagno, Castanea sativa secondo Linneo, nel nostro dialetto sëlvagh, se cresciuto spontaneamente da seme, o àrbol se innestato (insidì) e coltivato sui confini tra le proprietà, cimato (zoncà) in modo da formare un vaso di germogli (but) rinnovati periodicamente per mantenere elevata la quantità di frutti prodotti annualmente. Albero originario delle zone mediterranee, portato nelle Alpi dai colonizzatori romani, fu sempre particolarmente apprezzato anche per il legname da opera, particolarmente resistente a parassiti e agenti atmosferici grazie all’elevata quantità di tannino.
Non dimentichiamo poi l’importanza del noce (nos, Junglans regia), la ghianda degli dei – così suona la traduzione del suo nome scientifico – fornitrice di olio per uso alimentare, lampante e medicale, ma anche albero maledetto, sotto le cui fronde si riunivano le streghe (ij strìi) e alla cui ombra badavano bene di non soffermarsi i viandanti per non incorrere in ataviche maledizioni. E ancora il gelso bianco (morón, Morus alba) le cui foglie costituivano il cibo per ij bigàt, i bachi da seta, il cui allevamento costituì per secoli un’importante integrazione al magro reddito delle famiglie nei nostri paesi; tanto importanti che le loro uova, prima di essere ‘impiantate’ venivano portate in solenne processione il 25 di aprile, festa di san Marco evangelista, patrono dei setaioli.
Tra le erbe spontanee sono molte quelle che ancora oggi vengono raccolte per farne insalate, zuppe rustiche o delicati manicaretti di stagione. Tarassaco (zicorión, Taraxacus officinalis), lavartiz (luppolo, Humulus lupulus), spärzit (asparago selvatico, Asparagus acutifolius), värzòl (erba del cucco, Silene vulgaris), päncaud (erba benedetta, Geum caryophyllata), spatascieui, (piattello, Hipocaeris radicata), tanto per citare le più conosciute, sono i frutti di quell’orto del Signore dal quale hanno raccolto e si sono nutrite generazioni di montanari.
E poi citiamo la segale (biavä, Secale cereale) cereale da farina per antonomasia, ma anche fornitore della paglia che serviva a coprire i tetti di case e stalle, almeno sin che il miglioramento della tecnica di carpenteria non permise l’uso delle più sicure e durature piòde.
Infine, tra gli arbusti, va ricordato il ginepro (brìsciol, Juniperus communis) con le sue bacche scure, ottime come aromatizzante negli arrosti e per la produzione di liquori profumati, ma anche talismano supremo contro le arti malefiche di streghe e demoni: basta lanciargliene addosso una manciata per vederli fuggire a gambe levate. Pianta benedetta, il ginepro, da quando la Vergine Maria ne utilizzò alcuni rami per scaldare l’acqua con cui per la prima volta lavò il Divino Neonato. Da allora le madri ripetono il rito nelle mattine di Natale, bagnando in modo augurale i loro piccoli nell’acqua scaldata sul fuoco di ginepro.
Per concludere val la pena di ricordare come i nostri progenitori celti avessero un concetto sacrale del mondo vegetale, tanto da associare le varie piante agli dei del loro panteon e da impostare su di esse il loro alfabeto (ogham) e il loro calendario, basato su un ciclo lunare di tredici mesi. Ecco quindi il mese della betulla, del frassino, dell’ontano, e alcuni giorni particolari, coincidenti con i solstizi – con tasso ed erica per inverno ed estate – e gli equinozi, con la ginestra in primavera e il pioppo in autunno. E l’abete rosso, la pësciä dei nostri boschi, a contrassegnare quello che per noi è il 24 dicembre, giorno del sole invitto che rinasce dalle tenebre a segnare l’inizio di un nuovo periodo di vita e di fecondità. E’ un caso se oggi festeggiamo la nascita del Cristo, luce del mondo, proprio in quel momento dell’anno? E se come simbolo di questo Natale utilizziamo un abete adorno di luci colorate?
Massimo M. Bonini – barbä Bonìn


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19 febbraio 2011

ANTICHI MESTIERI : IL BURRO

Dal Bollettino Parrocchiale di Ramate n. 8 - 20 febbraio 2011

Una storia che sa di buono come lo è il gesto di spalmarlo sul pane….
All’alpeggio la preparazione del formaggio era eseguita indistintamente da
uomini o donne, ma quella del burro era riservata esclusivamente solo alle
donne.
In alcuni alpeggi vi era una stanza apposita adibita alla preparazione del burro,
che ha come unico ingrediente la panna, ovvero la materia grassa presente
nel latte.
La panna raccolta dopo l’affioramento veniva versata nella “zangola”, un attrezzo
in legno a forma di cilindro dotato di un’asta che reca all’estremità
interna un disco con funzione di stantuffo, mentre la parte esterna serve da
impugnatura. Nel nostro dialetto locale la zangola viene chiamata “burlera”.
Una volta versata la panna nella “burlera” iniziava il lavoro di braccia, ritmico,
senza interruzioni per più di un’ora.
L’asta doveva andare su e giù ininterrottamente affinché il disco sbattesse la
panna fino a che si formava il burro. Una volta estratto dal contenitore lo si
modellava con le mani per formare dei panetti che venivano avvolti nelle foglie
di castagno, sostituiti nei tempi più recenti da appositi involucri di carta
.
Tutto questo veniva fatto il giorno prima della partenza; alla sera le donne
riempivano la gerla e andavano a dormire.
La sveglia suonava nel cuore della notte verso le tre , al più tardi le quattro, Si
alzavano in silenzio per non svegliare i figli, si caricavano il pesante fardello
sulle spalle e partivano. Dalle nostre valli scendevano fino ad Omega a piedi
e poi in corriera proseguivano sino alle varie destinazioni e mercati che potevano
essere : Arona, Mergozzo, Gozzano, Borgomanero, Stresa. Tante vendevano
ai privati , il cosiddetto “porta a porta” , ma avevano lo stesso molta
strada da fare.
Era una vita molto faticosa ,non solo per la preparazione del burro, ma soprattutto
per il viaggio che nella maggior parte dei casi facevano in coppia, che
era un modo per darsi sicurezza e coraggio l’un l’altra durante le buie notti
passate sui sentieri di montagna, rischiarati solo dai raggi della luna o dalla
luce di una lanterna.
Le donne del burro restano ormai solo nel ricordo di alcuni anziani. Le nuove
leggi, la burocrazia e la tecnologia le hanno fermate, e non si trova più quel
profumo intenso di prati in fiore, di erbe aromatiche che si sprigionava da
quei panetti preparati con tanto impegno e fatica.
Negli scaffali dei supermercati troviamo decine di confezioni di burro in involucri
lucidi e accattivanti ma è purtroppo andato perso quel buon sapore
genuino di una volta.


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21 dicembre 2010

IJ DÌ DËL SCUR E IJ DODËS NEUCC

 

Säntä Luzìä l’è ‘l di pussè curt chë’gh siä. Sän Tomà né’l va né‘l sta. Për Nädàl ël pass d’on gal, Befänìä ël pass d’onä striä, sänt'Antòni n'orä bonä. Ne conoscete altri?
Sono i proverbi con cui i nostri vecchi ricordavano il sopraggiungere del solstizio d’inverno, dei giorni brevi in cui aurora e crepuscolo sono così vicini tra loro da rendere del tutto incerta la presenza della luce, da far temere, per atavica memoria, che il sole - così basso sull’orizzonte, così debole da non riuscire a sciogliere il gelo – potesse essere inghiottito dalle tenebre e non tornare mai più a fecondare la terra.
Il 13 dicembre, santa Lucia, nell’antico calendario, il 21, san Tommaso apostolo, in quello successivo alla riforma gregoriana segnano l’ingresso del sole nella ‘casa’ del capricorno, il momento di minor durata della luce diurna, il solstizio, appunto.
Quale gioia allora poter constatare, solo pochi giorni dopo, che l’astro principale tornava a prendere vigore e i giorni ad allungarsi. Non c‘è da stupirsi che gli antichi popoli celebrassero proprio allora la festa del sole invitto, Yule per i popoli nordici, subito dopo quella di Saturno o di Ecate, dei dell’oscurità. Dodici giorni duravano i festeggiamenti; dodici giorni di allegria, di riposo, di sbronze e scorpacciate, riscaldati dal fuoco perenne del tronco sacro, lo jól, la cui fiamma non doveva mai spegnersi, pena immani disgrazie che si sarebbero abbattute sulla casa in cui ciò fosse avvenuto. Le notti, o meglio, le sere, erano i momenti sacri, momenti in cui gli spiriti, alternativamente del bene e del male, si aggiravano sulla terra e andavano di volta in volta ringraziati o esorcizzati con opportune cerimonie.
C’è da stupirsi, allora, se la nascente Chiesa cristiana andò a collocare proprio in quel periodo due delle sue feste più importanti? Dodici giorni, dal Natale del Cristo, luce del mondo, alla sua prima manifestazione, la Pasquä Béfänìä. Dodici: numero sacro e magico per eccellenza: dodici come gli Apostoli del Cristo, come i mesi dell’anno, come le tribù d’Israele…
Buone Feste a tutti.
barbä Bunìn
 

 


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6 dicembre 2010

Santa Klaus

                    

Sei dicembre, san Nicola da Bari, santa Klaus per i paesi del nord Europa. Il santo vescovo di Mira, in Siria, divenuto famoso per la sua generosità nell'elargire doni ai bimbi e ai poveri della sua comunità, è divenuto nel tempo simbolo stesso del Natale. La scorsa notte ha percorso a cavallo le contrade innevate distribuendo regali ai bambini buoni, mentre il suo aiutante, lo gnomo Knetch Ruprecht, fustigava i cattivi con la sua lunga sferza.

 


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25 novembre 2010

Arriva l'inverno

 

VËGN SCIÀ L’INVÈRN
Trascorsa la breve estate di san Martino, con il suo piccolo residuo di calore, si avvicina il periodo più buio dell’inverno. E’ il tempo che culminerà con il solstizio, quello che i nostri antichi progenitori temevano maggiormente, memori del ricordo ancestrale di origine indoeuropea, di terre dalle quali il sole scompare totalmente per giorni e giorni e potrebbe, chissà, non tornare mai più a fecondare la terra.
Il 25 di novembre la Chiesa ricorda il martirio di santa Caterina d’Alessandria (d’Egitto), uccisa con il supplizio della ruota dentata, e la tradizione dei nostri paesi ci ricorda che è giunto il momento di mettere al riparo gli animali più delicati: për säntä Cätärinä ij vach a lä cässinä, ij pèvär a lä provinä e ij crav a la giävinä (le vacche nella stalla, le pecore al pascolo, pur con la brina, e le capre a cercarsi la pastura tra le pietraie). Il 30 novembre si festeggia invece sant’Andrea, uno tra i primi apostoli del Cristo insieme al fratello Simone: për sänt’Andréa ël frëcc al montä in cädrègä, il freddo invernale comincia a farsi veramente sentire, montando in cattedra. E pochi giorni dopo, il 2 dicembre, santa Bibiana – o Viviana – porterà probabilmente neve, ricordando che së fiòcä për säntä Bibiänä, lä vëgn për quäräntä dì e ‘nä smänä, cioè quasi due mesi di sicure nevicate. Alégar!..
barba Bunìn
 


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11 novembre 2010

San Martino

 

Martino, ufficiale della cavalleria romana nato in Pannonia, l’odierna Ungheria, e mandato a servire l’impero nella Gallia settentrionale, è noto per il gesto con cui, secondo la leggenda, divise il mantello della sua uniforme per dividerlo con un mendicante che soffriva per il freddo inverno. Per questo il milite, divenuto poi sacerdote e infine vescovo di Tours, nella valle della Loira, è considerato il patrono dei poveri e dei mendicanti.
La sua festa cade l’undici novembre, quando dovrebbe cominciare quel breve periodo noto appunto come l’estate di san Martino, ultimo sprazzo di bel tempo prima dell’arrivo dell’inverno che, sempre secondo la leggenda, il buon Dio avrebbe donato al santo, a sua volta intirizzito, per compensarlo del suo gesto. Quel giorno è considerato di‘d marca, segnatempo: se il sole tramonta con il sereno l’inverno sarà breve e mite, il contrario se vi sarà brutto tempo(ma qualcuno la racconta esattamente al contrario, per la serie se’l mont’Orfan gh’ha su ‘l capél, o chë piòv o chë fa bél…)
Nell’antica cultura contadina a san Martino terminava l’annata agraria e scadevano i contratti di mezzadria; ad alcune famiglie toccava quindi lasciare l’azienda nella quale avevano lavorato per trasferirsi altrove, portandosi dietro gli animali di proprietà e le povere masserizie caricate sul grande carro a banchi, char a bancs in francese da cui il piemontese sciäräbän. E da qui deriva quindi il noto modo di dire: fàa sän Märtìn, nel senso traslocare.
barba Bunìn
 


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31 ottobre 2010

Shamhain

31 ottobre, All Hallow Even (la notte di Tutti i Santi).

31 ottobre, capodanno, Shamhain per i progenitori celti.

Ricordate che questa è una notte sacra, la notte in cui i defunti tornano sulla terra per consolare e consigliare i loro cari che ancora ne piangono la scomparsa. Per loro un bicchiere di vino e una ciotola di castagne lasciati sul tavolo di cucina: così li ricordavano i nostri vecchi. E sul davanzale della finestra un lumino acceso dentro una zucca svuotata e intagliata, una luce che li guidi sino a quella che fu casa loro. Bentornati!..


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6 giugno 2010

IL GRANDE SUCCESSO DEI GIÄNDOLÌT

E’ stata ancora una volta un successo la festa di fine anno delle scuole ‘elementari’ di Ramate, venerdì 4 giugno al Cerro. In una sala colma di pubblico all’inverosimile, i bambini hanno presentato alcuni testi teatrali, per la maggior parte in dialetto, predisposti dalle insegnanti con la collaborazione della Compagnia dij Pastor.

Ma il lavoro di ricerca non si è fermato alla parlata locale. Bambini, docenti e genitori hanno voluto, nel corso dell’anno, recuperare la memoria del costume tradizionale di Casale. Non essendo però riusciti a trovare alcuna traccia documentale, lo hanno ‘reinventato’, incrociando vari elementi presi ‘prestito’ dagli abiti dei paesi limitrofi dove ancora se ne conserva traccia. Ne è nata una gradevole proposta, in versione tanto femminile che maschile, che tutti i ragazzi e alcuni adulti hanno indossato in occasione della recita.
E ancora, ci si è spinti nel campo gastronomico, elaborando, questa volta di sana pianta, la ricetta di un nuovo dolce casalese che a parte vi presentiamo.
 


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22 aprile 2010

Sän Zòrz

 

SAN GIORGIO, IL VALOROSO CAVALIERE
Giorgio, nobile originario della Cappadocia, regione della moderna Turchia, bello e valoroso, divenne famoso, secondo la ben nota leggenda, per aver liberato gli abitanti della città di Silena da un feroce drago che ogni anno pretendeva il sacrificio di una principessa, con la minaccia di distruggere la città medesima. Il cavaliere caricò il mostro, lancia in resta e lo uccise; secondo un’altra, più antica versione lo rese invece inoffensivo e forse addirittura domestico. Quale ricompensa rifiutò oro, onori e persino la mano della principessa salvata, ma chiese e ottenne la conversione al cristianesimo di tutti i cittadini, con il re in testa.
Durante la persecuzione di Diocleziano, nel 303, rifiutò di abiurare la sua fede e resistette ad ogni lusinga, sino a che fu condannato alla decapitazione.
Il culto di questo santo – protettore di cavalieri, militari, armaioli e boy scout – è diffuso in tutta l’Europa; la Chiesa orientale lo ha sempre considerato tra i più grandi servitori di Cristo, mentre in quella Cattolica sono recentemente sorti dubbi circa la sua reale esistenza, tanto che la sua festa è oggi prudentemente considerata facoltativa.
A Casale è rappresentato in una statua metallica acquistata nel 1903 e posta nella nicchia del coro, dietro l’altare maggiore della chiesa parrocchiale. Sue immagini esistevano inoltre alla cappelletta del Lisgieul, presso Arzo, ma ormai l’affresco è totalmente rovinato, e in quella che sorgeva un tempo a Ricciano, abbattuta poi per realizzare la piazzetta. Ancora si ricorda l’abitudine di mons. Belloni di celebrare periodicamente la messa presso quest’ultima, forse per consolare i poveri frazionisti, definiti tradizionalmente cägn (cani) per il fatto non avere una loro chiesa.
 
RICORDO DEI ‘SAN GIORGIO’ D’ALTRI TEMPI
E’ San Giorgio!
Eccola qui, finalmente, ‘la patronale’. Dopo due mesi di lavoro in casa parrocchiale, quasi tutte le sere, a preparare il banco di beneficenza, dopo ore ed ore di prove al Bäitìn per imparare la Nuova Messa Solenne, sotto la sferza del maestro Manara e con il De Marchi, infaticabile, all’armonium, dopo averla tanto attesa, eccola qui.
Fino a ieri il tempo è stato splendido. Questa mattina, naturalmente, piove. Ma non importa, è San Giorgio. Ci sono le funzioni con le Priore e l’incanto dell’offerta, col Tognìn ritto sugli scalini del Michél e lanciatissimo nel suo compito di banditore; c’è il Berto, in cilindro e redingote, che gira la manovella del ‘verticale’ mentre la gente si affolla alla sua fontana del vino, ci sono la tortä dël pän e la figäscinä. E il concerto della banda e le bancarelle e il giocone a premi tra le classi delle medie e una bella cantata, la sera tardi, sotto il tendone.
E tra qualche giorno tornerà anche il sole.
E’ San Giorgio…
barba bunin
 
 
IN TRÄ FIGÄSCINÄ E TORTÄ DËL PÄN
Ijn dòv äsmän orämai chë’ss sent pë l’ariä col prufumin ëd vänilinä e limòn, chë’ss vëgän tut ij fomän ciäpài ä sfärgäjàa mich, ä trosàa parieui ëd lacc e grätàa cicolàt Bändérä. E peui in tut ij cài indovä ‘l gh’è ‘l forn ass vëgh on grän viä vai, innëgn e ‘ndré, con sidèl e cavàgn.
L’è onsì chë’ss cäpiss chë’l gh’è dré ruvàa Sän Zòrz.
Lä tortä dël pän l’è prontä, sèt bièl e on biëlìn (dë scòrtä o për sägiàlä…). Dèss tocä lä figäscinä: ägh vòl trosàlä, spiänàlä e peui trosàlä e spiänàlä on autä e on autä e on autä vòtä, finchè la vëgn molzinä pròpi coma’ss dev. Écco, l’è pronta dë spätäsciàlä giù ‘n su lä piasträ d’ärsàal, ‘na bèlä pässàa’d buter e viä, incä léi dént pë’l forn.
Rèsta pù ma dë prontàa lä botèliä dël vin moscà e spiciàa lä dominicä, subit dòpo procissión, për cäsciai sotä ij dént.
Fèvlä bonä…
barba bunin
 
ZÒRZ E’L BASLÌSCH
Par mi, ch'am ciami Zòrz,
la fèsta da Casàal
l'è anca la mé fèsta...
e l'è ona festa la fontana
dal vìn
n'dova gh'è al Bonin
ch'al dà via bicerogn
da col bianch e da col négar,
da col dolz e da col brusch
e par ‘na smana
‘gh n'è par tucc ij ganass
e par tucc ij giavèr...
Casal
l'è al paés da la cucagna,
al paés dal bengòda,
dal bén béva,
dij polent e salamit,
dij costin e dal taplón,
dij fritur e dij pisit...
...e da copà al baslìsch.
Viva al baslìsch.
zorz rava da crosnàl
(baslìsch: basilisco, drago)
 


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27 marzo 2010

DLÄ RÄMOLIVÄ Ä PASQUÄ

 

Dominicä 28 ëd marz, Rämolivä (domenica delle Palme).
Së piòv për lä Ramolivä, lä vëgn për quäräntä dì dë filä, zévän ij vécc. Comè dìi che për sés ä smän, sèt dominigh, quäräntädui dì për lä precisón, säréss ‘nä maledizión unicä. E për d’aut, quäräntä l’è sémpä stacc on brut numër: quäräntä dì gh’è durà ‘l diluvi universàal, quäräntä dì l’è stacc ël Signor int ël desèrt sënzä päciàa né bévä, quäränt’agn ij hän girondà ij ebrèi inprumä dë podée ruvàa in lä Tèrä Promëssä… Särà për cost che colä dominicä lì ‘ss pòrtä in procissión ij calèm d’oliv, për fàa lä pas cont ël Ciél e tëgnässal bón.
Ël dòpdisnà dël Giòbiä Sänt, ‘nä vòtä, ij bòciä dë Cäsàal favän lä procissión dij Giudé: navän fin Prà Maulèiä piäntàa on crosìn ëd lëgn e fàa mëréndä. Dèss l’usänzä s’è përdova, ma lä serä dël Vënër Sänt l’è tutä lä sgént dël paés, insëmä ténci forèst, ä rämpigàa fin su’l Getsemani, dal neucc, për lä Via Crucis. L’è sémpä ‘n ocasión particolar, squasi ‘nä seràa magicä, che së fodéss miä për lä pässión dël Signor lä podaréss smiàagh a vunä dë cui cerimòni che ij neusti avi ä tignévän in mézz ij bosch për ij sòv divinità.
E së spèciä lä neucc dël Sabät, quand ij cämpän dlä gésä tornärän fàa sentä la seu vos, quand agh särà pu dabseugn dë sonàa lä tich-e-tach; e lä matin dlä dominicä, quänd ass podarà mës-ciàa l’aivä dë trëi fontän e dovralä për bägnagh ij eucc aij matälitt, che’l Signor agh prësèrvä la vistä.
Gh’è pässà duimilä agn, ma l’è comè së fodéss iér…
barba Bunin
 


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2 febbraio 2010

Candelòra

Për Candelòra ëd l'invèrn somän fòra, ma së fiòcä o tirä vént in l'invèrn a somän dént.

Për Candelòra, së fa vént e òrä ëd l'invèrn somän fòrä, ma së fa né òrä né vént in l'ivèrn a somän dént.

(òra: bel tempo)


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24 gennaio 2010

Il freddo e la luce

Freddo e luce sono i due elementi che caratterizzano le giornate a cavallo tra gennaio e febbraio.

Il freddo è quello ‘della merla’, i tre giorni che un tempo Gennaio, stanco di essere preso in giro per la sua brevità e la sua innocuità, si fece prestare dal fratello maggiore Febbraio, dimenticandosi poi di restituirglieli. In quei tre giorni prese a impazzare con bufere e gelate, tanto da costringere una povera merla dal bianco piumaggio, sorpresa all’aperto con i suoi merlotti, a rifugiarsi in un comignolo per non morire congelata. Si salvarono, gli sventurati, ma il fumo che saliva dal focolare li sporcò a tal punto che da allora tutti i loro discendenti non furono più candidi, ma neri come la caligine.

La luce è quella della Candelora, il Candelmas degli antichi celti che nel secondo giorno di febbraio celebravano Bride, regina della primavera. In quel giorno la fata riusciva a liberarsi dalla grotta di ghiaccio in cui l’aveva rinchiusa la strega dell’inverno e, tornata sulla terra, spargeva i suoi doni: luce, calore e vita. Leggende di un epoca lontana, ma talmente radicate nella cultura popolare da costringere la Chiesa ad appropriarsene, sostituendo Bride con una delle principali figure del cristianesimo settentrionale: santa Brigida, patrona d’Irlanda.

 

 


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6 gennaio 2010

E la Befana?

 

Già, la Befana!..

Vogliamo dimenticare l'arzilla vecchietta che si è aggirata nella notte a cavallo della sua scopa per portare piccoli doni ai bambini?

Sapete che furono i Magi a farla diventare tale? Si narra che i tre re, nella loro ricerca della strada di Betlemme, chiesero informazioni e un'anziana donna, invitandola poi a seguirli sino alla grotta della natività. Lei dapprima rifiutò l'invito poi, pentitasi, cercò di raggiungerli, ma non ruscì più a trovarli; da allora porta i suoi doni a tutti i piccoli, sperando che tra di loro si trovi anche il Bambinello trascurato in quella lontana notte.


E sapete che i Magi passarono anche dalle nostre parti? Si erano persi dalle parti di Premosello e chiesero aiuto a un'abitante del luogo, ricevendone però indicazioni volutamente sbagliate. Terribile fu la loro vendetta: al ritorno fecero catturare la vecchia mandandola poi a morte sul rogo, un rogo - quello della Carcavègia - che da allora si ripete ogni anno in quei paesi.


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6 gennaio 2010

Epifania

 

Epifania, prima manifestazione del Cristo che viene presentato ai Magi.

Per questo la ricorrenza era denominata Pasqua Befania, in ricordo dell'altra grande manifestazione di gloria che avverrà con la resurrezione dalla morte.


...e peui ruvä Befanìä e tucc ij fèst lä minä viä


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25 dicembre 2009

25 Dicembre

25 dicembre, per gli antichi popoli festa del sole invitto, che ritorna a prender forza dopo il momento temuto del solstizio. Festa della luce e della gioia.
Per questo motivo la Chiesa cristiana spostò in questa data la ricorrenza della nascita di Cristo, luce del mondo, che nei primi secoli veniva collocata in primavera.
Nella notte gli animali domestici hanno conversato tra loro e chi ha avuto la fortuna di ascoltarli ha potuto apprendere grandi e importanti segreti.
Questa mattina le madri hanno lavato i neonati con l'acqua scaldata su un fuoco di legno di ginepro (brisciol) così come fece Maria con il Bambino quel giorno di due millenni or sono.

Oggi il tempo è stato clemente, ma ricordate che
Nädal äl sol, Pasquä äl tizzon...


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6 dicembre 2009

San Nicola

Oggi san Nicola, sankt Klaus per gli antenati germanici (Goti, Longobardi e quant'altro).

La scorsa notte il santo vescovo di Myra ha cavalcato nella tormenta, vestito dei paramenti rossi orlati di bianco del suo ministero, per portare doni ai bambini buoni. Lo accompagnava il suo famiglio, l'orrendo gnomo Knecht Ruprecht, armato di una lunga sferza con la quale fustigare i monelli...


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11 novembre 2009

11 Novembër, sän Märtìn

 

Incheui sän Märtìn, dì'd marcä: ël sol l'è nacc giù int ël srëgn, doncä l'invèrn gh'avréss dä vèssä curt e miä tänt frëcc (o pròpi l'incontrari, dipénd dä chi l'è che agh'ss dà dë tràa...)

Oggi Martinmas, secondo gli antenati celti: all'imbrunire il cavaliere Martin, lo stesso divenuto poi santo per la tradizione cristiana, galoppa nel cielo invernale e dal suo mantello - stracciato a colpi di spada - si formano fiocchi di neve che, però, rimangono sospesi; cadranno tra qualche giorno al termine di quel breve periodo di bel tempo che i "cugini" d'oltre oceano definiscono "estate indiana".


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31 ottobre 2009

Sahmain

Questa sera, vigilia di Ognissanti (All Hallow even), dopo il tramonto si celebrerà Sahmain, il capodanno degli antenati Leponti.
Ricordate, andando a letto, di lasciare sul tavolo della cucina le castagne bollite, il latte e un bicchiere di vino per la "cena dei morti". Ma soprattutto ricordate che i morti non volgiono essere disturbati, e sfortuna potrebbe cogliere che venisse sorpreso a origliare i loro discorsi, anche se, si dice, vaticinino il futuro...


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14 agosto 2009

Falò dlä Madònä d'Agost

'Stä serä, su pa ij èlp, brusä ij falò dlä Madònä d'Agost.


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