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Storia, tradizioni, cronaca di un paese di montagna
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Casale Corte Cerro

provincia del Verbano Cusio Ossola, Piemonte nord-orientale.
Situato nella val Corcera, tra lago d'Orta e lago Maggiore, il suo territorio è adagiato sulle pendici dei monti Zuccaro e Cerano, dai 200 ai 1700 metri di altitudine.
Gli abitanti sono 3500, distribuiti tra il capoluogo e le 14 frazioni.



I testi pubblicati in questo blog, ove non diversamente indicato, sono scritti da Massimo  M. Bonini - barbä Bonìn

I testi dialettali sono trascritti utilizzando le regole fonetiche fissate dalla Consulta Regionale per la Lingua Piemontese, adattate alle varianti locali dalla Compagnia dij Pastor.
 

 


I post presenti in questo sito vengono replicati all'indirizzo http://casalecortecerro.blogspot.com

Casale Corte Cerro e Massimo M. Bonini sono presenti in Face Book.
 


 

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Storia
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4 marzo 2013

Le antiche roncature

dal Bollettino Parrocchiale di Ramate n. 8 – 3 marzo 2013

LE ANTICHE RONCATURE

I versanti montuosi attorno ai villaggi rurali erano un tempo fittamente coltivati con il sistema dei terrazzamenti o roncature che permettevano di ottenere , grazie ad un enorme lavoro spesso collettivo, strisce di terra pianeggiante sulla montagna ripida. I terrazzamenti erano ricavati scavando in piano parti collinari o montuose poi delimitati da muri in pietra costruiti a secco e poggiati su roccia viva, che sostenevano il terreno formando una specie di scalino.

Nel XIV-XV sec. il forte aumento della popolazione portò all’estensione di questa pratica, che piegava le asperità dei luoghi alle esigenze della comunità contadina. I prodotti principalmente coltivati erano la vite, la segale, ortaggi e dalla fine del 700 le patate.

Oltre i campi terrazzati giganteschi castagni da frutto fornivano una importante scorta alimentare per l’inverno. Con il graduale abbandono della montagna la maggior parte dei terrazzamenti intorno ai paesi sono oggi imboscati, in quanto i boschi di latifoglie che sovrastano la montagna continuano ad avanzare, distruggendo i muri a secco e si stringendosi sempre più attorno ai villaggi. Andiamo così perdendo una caratteristica della passata civiltà rurale e contadina con la conseguente modifica del territorio.

Doro


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8 ottobre 2011

QUANDO AL GABBIO C’ERANO I CAMPI DA TENNNIS

 

dal Bollettino Parrocchiale di Ramate n. 38, 02/10/2011
 
Erano due: li ricordo molto bene! Lo spunto per queste righe mi è venuto in seguito ad un fastidioso disturbo che in questi giorni mi provoca dolore al gomito destro e che avevo già avuto molti anni fa: il suo nome scientifico è epicondilite (infiammazione dell’epicondilo), chiamato anche male del tennista. Da quando non gioco a tennis saranno trascorsi almeno sessant’anni, ma tant’è, ogni tanto si fa sentire.
I campi da tennis erano di proprietà del Cotonificio Furter, poco discosti dall’opificio, in mezzo a tanto verde e circondati da ombrosi platani. Il manto non era in terra rossa o in tappeto sintetico ma coperto di asfalto, il comune catrame. Dagli spogliatoi una scalinata scendeva verso il canale ed una pompa a mano serviva a portare l’acqua ai lavelli. Di domenica funzionava anche un servizio bar.
Avevo allora sedici anni; ai dipendenti Furter ed ai loro parenti era permesso accedervi. La mia prima racchetta non era nuova e neppure in fibra di vetro, però bella e molto leggera. Un mio carissimo amico mi aveva regalato il telaio, lo feci raccordare (allora si usavano corde di budello) ed incominciai i primi passi in questo bellissimo sport. Durante la stagione estiva da quel manto nero saliva un caldo atroce ma niente ci fermava tanto era grande il divertimento.
Ad una delle paline che reggevano la rete divisoria era fissata una scatola in metallo contenente della usuale segatura, che serviva ad asciugare la mano sudata che impugnava la racchetta.
Ai campi accedevano anche bravi giocatori come il Dante Baggioli, il Nino Bismuti, il Dario Franchini, il Milietto Bello, il Carlo Molteni ed altri ancora. Noi ragazzi dovevamo aspettare il nostro turno dopo di loro. Qualche volta mi facevano giocare con loro nel “doppio” con mia straordinaria felicità e grande emozione! Però non diventai mai un campione!
Rammento ancora i severi custodi dei campi: il Gustin Valsesia e il Milio Jacaccia (il Cascin), che ci facevano la faccia scura se facevamo troppo schiamazzo.
Più tardi un campo fu adibito a sala da ballo che, durante l’estate, attirava ballerini da tutto il circondario, ma questa è tutt’altra storia…
eriano


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3 settembre 2011

Succedeva 100 anni fa

 

L’autunno del 1911 fu particolarmente laborioso per gli amministratori comunali di Casale Corte Cerro. Era in discussione la richiesta dei frazionisti di Ressega, Santa Maria, Pedemonte, Paesello e Baraggia di staccarsi dal territorio per ridare vita al comune di Gravellona Toce, che già aveva avuto effimera esistenza – alcuni decenni – nel corso del XVII secolo.
Lunghe e minuziose furono le discussioni che portarono a tracciare il nuovo confine appena oltre il termine del piano alluvionale del Toce, cercando di salvaguardare al massimo le singole proprietà, tanto da arrivare a una linea dall’andamento quantomeno curioso.
L’accordo venne alfine raggiunto con delibera del consiglio comunale in data 26 novembre e ratificato dalla Legge n. 1293 del 12 dicembre 1912.
Cento anni fa si divideva in due parti quello che allora era considerato un grande comune – 2700 abitanti al censimento di quello stesso anno – per favorire una maggior vicinanza dell’istituzione a coloro che abitavano la zona più popolosa, ma anche più distante dal capoluogo. Oggi…
 


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21 agosto 2011

QUELL’AGOSTO DI (QUASI) OTTOCENTO ANNI FA

 

21 agosto 1221. Nel corso di un lungo periodo di contrasti tra i vescovi conti di San Gaudenzio - che vanno sempre più consolidando il loro potere temporale sulla riviera di San Giulio per costituirvi quello stato demi autonomo che durerà sino al 1816 – e la nascente autonomia comunale novarese, che ai vescovi si contrappone con sempre maggior forza, il borgo di Omegna passa di proprietà al comune di Novara, che lo acquista dai conti Da Castello - poi Nobili - di Crusinallo per la somma di trecento lire imperiali. Già da allora il Cusio viene diviso in due e lo resterà, appunto, sin dopo il periodo napoleonico, per ritornare tale, amministrativamente parlando, al termine del ventesimo secolo.
E ora? Ottocento anni fa Omegna, con tutti i paesi della Corcera, passava a Novara e otto secoli dopo la storia si ripete con l’abolizione – per altro non ancora certa – della provincia del Verbano Cusio Ossola. Segni del destino?


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11 luglio 2011

I 100 anni dell'UOEI

La sezione casalese dell'UOEI, Unione Operaia Escursionistica Italiana, comunica che nel suo sito, all'indirizzo web

http://casalecortecerro.uoei.it/2011_luoei_e_i_suoi_cento_anni_di_vita.html

è possibile visionare l'album fotografico del centenario


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18 gennaio 2011

RAMATE NEL PASSATO

 

dal Bollettino Parrocchiale di Ramate n. 3, 16/01/2011
 
IL LAVORO - industria e artigianato
Lo sviluppo industriale ed artigianale di Ramate è parallelo all'andamento demografico della frazione, in costante crescita, anche se è doveroso ricordare che gli opifici sono sorti presso il torrente Strona, quindi in particolare nelle località Gabbio e S. Anna, dapprima poco popolate e poi protagoniste di quello sviluppo di attività che le hanno arricchite di famiglie, negozi fabbriche e fabbrichette.
Agli inizi dell'Ottocento, due secoli fa, Ramate, senza la ferrovia, era un agglomerato che si distendeva a macchia di leopardo dallo Strona ai boschi per Casale: prati, campi, stalle, un borgo contadino, con qualche artigiano dedito alla produzione di attrezzature indispensabili all'agricoltura ed alla vita quotidiana, piccoli mulini, fucine, falegnamerie, ecc.
L'avvio delle attività industriali è certamente legato al torrente Strona, per la disponibilità di forza motrice che invitava anche forestieri e stranieri ad investire capitali, come avveniva del resto in tutta l'Italia settentrionale. L'acqua con la sua impetuosità consentiva di lavorare con meno fatica a tornitori, fabbri, operai ed artigiani e permetteva di muovere una serie di mulini, da intendersi non solo come macine per i mugnai, come pensiamo abitualmente, ma anche per una serie di altri lavoratori, in particolare tornitori.
Le notizie che ho raccolto sono desunte dal già più volte ricordato volume "I luoghi del lavoro nella valle dello Strona" di Valeria Garuzzo e da vecchi strumenti notarili, ricchi di notizie su beni, personaggi, avvenimenti locali.
Lungo il torrente, tra Omegna, Crusinallo, Gabbio e Gravellona, sorsero pian piano semplici laboratori artigianali, ma anche importanti insediamenti industriali.
Partiamo da lontano. Dal Catasto descrittivo del 1676 è segnalato a Ramate, intermediante la Roggia di Mezzo, situato in prossimità dello Strona, il "molino al Boscetto", che cosa producesse non so. A Pramore il "molino alla Strona", probabilmente a ruota orizzontale, forse per la trasformazione dei prodotti agricoli.
Al Catasto di Maria Teresa d'Austria del 1723 è segnato presso lo Strona lo stesso mulino al Boscetto, oltre ad un molino distrutto. Nel successivo Catasto Rabbini del 1858 troviamo al Gabbio, alla
confluenza del rio Vallessa (il rio di Mezzo?) una cartiera ed il mulino Lach, oltre ad un mulino e macina di corteccia di rovere verso S. Anna. Tutti questi opifici fruivano delle acque della roggia derivante da quelle che partivano dal Molinetto, che qui si chiamava roggia del mulino di Ramate. Infine, successivamente, vengono descritti anche una torneria in legno "Fratelli Nolli" e uno Stabilimento per la lavorazione della pietra " dell'Ing, Gianoli (a S. Anna e Gianoli).
Occorre fermarsi nella descrizione dei siti e dei personaggi, che sarà ripresa, per fare alcune considerazioni. E' evidente che l'agricoltura, l'utensileria di casa, ecc. richiedevano manufatti opera di piccoli artigiani, che erano quasi tutti residenti del luogo. Il mulino Boscetto, presumibilmente per la macinazione di cereali e magari come torchio,o funzionava temporaneamente, dati i periodi di siccità dei rii, o più probabilmente sfruttava già le acque dello Strona. In secondo luogo si nota che le successive installazioni sono opera di forestieri, Ing. Gianoli, Lach e Stheclin ed altri ancora, che disponevano di capitali. Gli unici locali ricordati sono i Fratelli Nolli, importante famiglia di Pramore che aveva dato l'unico caduto casalese delle guerre d'Indipendenza.
Un accenno al mulino Lach; la mugnaia Maria Stheclin ed il marito
Luigi Lach, miei trisavoli da parte paterna, giunsero al Gabbio dalla Svizzera tedesca ed acquistarono il mulino vecchio di Ramate, ne costruirono uno nuovo e vendettero il vecchio, che passò ad altri proprietari fino al 1863, quando giunsero i Furter.
Il mulino Lach, ristrutturato, è diventato nel 1928 casa operaia,l'attuale "Palazi" di proprietà comunale.
(segue)
 
                                                                                                                                                                                   ITALO


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19 giugno 2010

Il Balmello

 

Dal Bollettino Parrocchiale di Ramate n. 25, 20/06/2010
 
Ci sono stato la scorsa settimana percorrendo il bel sentiero fiancheggiato da odorose acacie che sale dolcemente dal Cassinone verso Montebuglio. Dico subito che questa chiesetta, restituita con rifacimenti e mirate ristrutturazioni all’aspetto di un tempo, mi piace moltissimo. Ho ritrovato le belle colonne e il piccolo porticato che serviva da riparo ai numerosi fedeli, viandanti e operai che si fermavano per riposarsi e recitare una preghiera.
Il nome Balmello ha probabilmente origini spagnole e significa balma, “sotto una roccia sporgente”.
Per coloro che non conoscono la storia del Balmello vorremmo rammentare brevemente le sue origini che risalgono alla metà del XVII secolo. La costruzione era dedicata alla Madonna di Caravaggio, la cui apparizione risale al 26 maggio 1432.
Negli anni cinquanta venne acquistata una statua lignea e messa nella nicchia sulla parete di fondo di quella che inizialmente era solo una cappella a pianta rettangolare e dove esisteva un affresco della Vergine che, causa umidità, andò perso. Ora però l’effige è riapparsa. In quegli stessi anni fu chiuso anche il porticato Nel 1990 furono costruiti un nuovo altare, un leggio e la sedia per il celebrante in granito e mattoni e nel presbiterio furono posti una croce e un candelabro in ferro battuto, opera di un artigiano locale.
Numerosi sono gli ex-voto e il più antico risale al 1709. Attualmente, in quel minuscolo spazio, è rimasto solo il piccolo altare. Negli anni andati si usava recitarvi il Rosario per tutto il mese di maggio e alla domenica successiva al giorno 26 la Priora e la vice Priora portavano la torta da mettere all’incanto con altre offerte. A questo proposito vorrei ricordare un simpatico episodio che Laura Dematteis scrisse sul Bollettino Parrocchiale n. 25 del 18 giugno 1995 : “Tanti anni fa mia bisnonna Marianin fu chiamata a sostenere l’onorato incarico di vice priora e dovette portare in processione fino alla chiesina la grande torta offerta dalla priora, che era di famiglia facoltosa. Essendo però il sentiero molto accidentato, la povera Marianin inciampò e cadde con tutta la magnificente torta!.. Ancora prima di morire, alla bella età di 93 anni, la nonnina ricordava il fatale giorno come l’esperienza forse più umiliante della sua lunga vita”.
La Comunità deve un ringraziamento grande e doveroso a Rosella e Dante Bertolotti che, con grande generosità, stanno facendo di questa chiesetta un piccolo gioiello.
(senza firma)
 
 


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3 giugno 2010

Corpus Domini

 

La processione si snoda lenta per le stradine, oggi tutte bardate ed infiorate, e il baldacchino compie acrobazie incredibili per superare indenne le ‘strette’ continuando ad ombreggiare l'arciprete che regge solennemente l'ostensorio.
Al rientro la chiesa appare fresca, ovattata da una nuvola d'incenso; l'antico canto del Tantum Ergo si leva nell'aria, sostenuto da cento voci di ogni età, prende vigore, si attorciglia alle colonne, infila il portone spalancato e vola nell'aria limpida di giugno, su, verso il Sass Länscìn, ad annunciare al mondo l'inizio della nuova estate…
barba bunin


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28 maggio 2010

Agricoltura tradizionale a Ramate

 

Dal Bollettino Parrocchiale di Ramate, n. 22, 30 maggio 2010
RAMATE NEL PASSATO
4° IL LAVORO – a: Agricoltura.
Nella descrizione di elementi importanti del nostro passato, una rilevanza notevole assume la ricerca sul lavoro dei nostri antenati, antichi o più vicini a noi, tenendo presente che l’attuale sviluppo demografico della nostra zona è dovuto alla grande esplosione dell’artigianato e dell’industria, oltre che del commercio, con le possibilità di lavoro che tali attività offrivano anche ad immigrati, prima delle zone vicine, poi via via dall’Italia di nord est, dal resto dell’Italia ed infine dal resto del mondo.
La laboriosità e la creatività dei ramatesi fa sì che l’argomento “lavoro” richieda più puntate. La prima riguarda l’agricoltura, che è considerata l’attività primaria in ordine di tempo e d’importanza, perché l’alimentazione è esigenza essenziale del nostro organismo.
L’agricoltura del passato, che riguardava non molti nuclei famigliari, si può ricostruire da fonti di vario genere, ma anche osservando l’attuale paesaggio che ci circonda. E non è impossibile immaginare le attività quotidiane dei nostri avi, che erano proprio la coltivazione dei campi, l’allevamento del bestiame, il piccolo artigianato connesso a tali attività, la caccia e la pesca.
Il nostro territorio offre tracce di queste attività: i prati stabili, lavorati tre volte all’anno (fegn – argorda - terzola) più il pascolo, libero dall’11 novembre fino ai primi freddi, ora sono sempre più rari. Poi le cascine per il ricovero del bestiame, del fieno e delle foglie, prevalentemente ai margini del vecchio centro, per motivi igienici. E poi, ancora meno visibili, i resti dei terrazzamenti (limulitt), strappati ai pendii con duro lavoro, con muretti a secco, in posizione solatia, nei boschi che dividevano Ramate dalla parte alta del Comune. E che dire delle pietraie e dei confini, anche semplici sassi (terman) che suddividevano con molta precisione i limiti delle proprietà, anche boschive? Non sono presenti alpeggi e prati esclusivamente a pascolo, numerosi invece sopra Casale e le frazioni alte. Sono diffusi boschi di castagni e latifoglie, pochi invece incolti e gerbidi, esistenti solo ai margini dello Strona.
La fertilità del nostro territorio, dovuta ai detriti e sedimenti dello Strona e dei vari corsi d’acqua, era discreta; la piccola pianura della Corcera e i terrazzamenti erano intensamente coltivati e lavorati, non solo dai ramatesi, ma anche da abitanti di Buglio, ai tempi comune molto importante. Così fiorivano le coltivazioni di foraggi nei prati e di segale, mais, patate, vite, fagioli, ortaggi e frutta, castagne, ecc. Forse non era coltivata la canapa, perché non ci sono tracce di macereti.
Con questi prodotti, con latte, burro, formaggi, carni degli allevamenti e anche quelli derivati dalla caccia e dalla pesca, successivamente con l’acquisto di riso, si viveva più o meno bene, a seconda delle vicende climatiche e storiche del tempo.
Ora a Ramate l’agricoltura consiste in orti, piccoli campi, scarsissima presenza di animali di stalla e di cortile: lo sviluppo di Ramate è dovuto ad altri fattori, che approfondiremo.
Notizie più esaurienti si possono trovare su scritti disponibili presso la Biblioteca comunale, in particolare la ricerca “Casale com’era” –dell’aprile 1983 –a cura dei giovani della Parrocchia di Casale.
ITALO
 


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24 aprile 2010

Sett'antanni fa, a Ramate

 

Tratto dal bollettino della parrocchia di Ramate, n. 17, 25 aprile 2010
 
Nell’estate del 1940 la guerra era agli inizi e Ramate ebbe l’occasione di viverla da vicino per un avvenimento che pochi oramai ricordano, ma è ancora vivo nella memoria dei vecchi ramatesi nati prima della metà degli anni 30.
Fu un momento triste quando nel pomeriggio del 10 giugno molti paesani riuniti nella piazzetta centrale ad ascoltare la radio della signora Varallo-Guerra appresero che era stata proclamata la sciagurata guerra: volti tristi e pianti sommessi!
Dopo qualche tempo, di ritorno dal fronte occidentale, venne ad accamparsi nella piana vicino alla ferrovia il reparto Genio del Battaglione Intra; apparteneva probabilmente alla divisione alpina Taurinense, perché così era scritto su scudetti metallici ritrovati sul posto.
Fu un fatto memorabile per la popolazione, molti alpini erano del posto o dei dintorni e ne approfittarono per arrivare, in un modo o nell’altro, alle loro abitazioni dai parenti. Costituirono motivo di apprensione per le mamme, di curiosità per gli uomini, di interesse e giochi per i ragazzi; meno per i contadini, che dovettero in fretta liberare i prati dall’erba non ancora matura.
La loro permanenza si protrasse sino alla fine dell’estate, poi il gruppo partì per i Balcani; qualcuno non tornò, come il nostro Merlo Aldo; altri furono deportati in Germania, altri ancora si unirono ai partigiani titini nella nota Divi sione Garibaldi.
 
70 anni sono tanti, ma sono ben nitidi i ricordi di quelle giornate. Era un bel colpo d’occhio vedere i muli schierati tra la cappella Cottini, il Rio Grande e la ferrovia; poi tutto l’accampamento con le varie tende, i servizi, il comando, ecc. Era divertente la tromba che segnava i vari momenti della giornata, l’adunata, l’alzabandiera, il rancio e, suggestivo, il silenzio della sera. Molto apprezzata la trombetta del fine pranzo: molti ramatesi, ritmando le note con ”la supa di can, la supa di can, la supa di can la mangia i cristian” andavano con il secchiello a scroccare qualche avanzo, per sbarcare il lunario in quei magri tempi.
Ci sarebbero tanti aneddoti da raccontare sulla permanenza di questi alpini.
Giunse poi il momento della partenza, erano finiti gli “ozi di Capua“ di cartaginese memoria. Grande soddisfazione dei contadini che si riappropriavano delle loro terre, delle mamme, timorose per le loro figlie; ma lacrime delle ragazze
che vedevano svanire il sogno di un amore appena sbocciato, rimpianto dei ragazzi, disappunto degli alpini; poveri ragazzi! Li aspettava un futuro incerto, pieno di incognite, inviati in terre lontane.
Italo
 


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23 aprile 2010

LIBERAZIONE

 

CASALE CORTE CERRO, 23 APRILE 1945
Era da poco sorta l’aurora di quell’ormai lontano lunedì – festa di san Giorgio martire, patrono del paese – quando gli uomini del battaglione Romolo, agli orini del comandante Eden (Carlo Giroldi), abbandonarono le baite dell’alpe Tambornino, dove si erano concentrati durante la notte, per prendere i sentieri che scendevano a Casale. Quasi nello stesso momento, dalla Rusa e dal Cardello, partivano gli ‘alpini’ della Beltrami.
Il presidio repubblichino del Gabbio, asserragliato negli accantonamenti della requisita casa Franchini, non tardò ad accorgersi dell’insolito movimento e ben presto iniziò un fitto tiro d’artiglieria, che servì per altro solo ad innescare una serie di piccoli incendi nei boschi.
In breve i patrioti dilagarono per le vie dei paesi, occuparono i principali edifici e posero il loro comando in quello della Società Operaia. Nel frattempo l’artiglieria fascista aveva smesso di sparare.
Per cercare di evitare i peggio, gli ufficiali partigiani stilarono una richiesta di resa e, reclutati due bambini che li stavano ad osservare con gli occhi sgranati, li mandarono al Gabbio, accompagnati dalla bandiera bianca, a consegnarla al comandante del presidio repubblichino. Fatica inutile… I fascisti, vista la malaparata si erano già dileguati, fuggendo lungo i binari della ferrovia verso la meglio difesa piazza di Gravellona.
Il giorno successivo, martedì 24 aprile, quegli stessi patrioti partecipavano alla liberazione di Omegna anticipando così quell’insurrezione generale di tutto il nord Italia del giorno 25, quella che secondo il comando alleato avrebbe dovuto iniziare solo alle ore 1 del giovedì 26: “Aldo dice ventisei per uno” era stato infatti il messaggio diffuso pochi giorni prima da radio Londra.
Ecco. Questo vuole essere il breve resoconto di quegli avvenimenti, forse un poco romanzato, ma basato sui ricordi di chi quei giorni li ha vissuti. Ricordo di chi c’era e monito, per chi è ‘venuto dopo’, a non scordare le parole di Piero Calamandrei: “Ora, e sempre, Resistenza!”
 


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6 aprile 2010

La Madonna del Popolo

 

Gli storici omegnesi, Bazzetta e Caccini in particolare, lo ricordano isolato in mezzo alla campagna, lungo la mulattiera che porta alla Verta e al Ronco e che diverrà, con il passare del tempo, la via Manzoni. E’ l’oratorio dedicato a Santa Maria del Popolo, la Madonna della gente, cui va da secoli l’incondizionata devozione dei cittadini cusiani.
Con il passare del tempo l’edificio è stato più volte rimaneggiato e ingrandito, soprattutto, pare, ad opera di una delle maggiori glorie cittadine, quell’abate Giuseppe Zanoia (1747 – 1817) architetto e rinomato artista che molto operò a Milano e che è sepolto all’oratorio della Verzella. In particolare alla chiesa sono stati aggiunti il portico e le due cappelle laterali con gli altari dedicati a sant’Antonio abate – sant’Antòni dal porscél – e a san Rocco, protettore dalle pestilenze. E a tale proposito va ricordato come esistesse nei pressi della chiesa un altro edificio, destinato a lazzaretto e come tale ancora utilizzato durante le gravi epidemie di colera di metà ‘800. Presso l’altare di san Rocco una recente rappresentazione ha sostituito quella precedente, nella quale il sant’uomo aveva le sembianze del mitico dotor Nòbil, mentre nella cappella di sant’Antonio sono ricordati i caduti di tutte le guerre.
All’esterno la salita acciottolata, purtroppo molto rovinata, parte dalla fontana di granito, ormai muta da lunghi anni, e porta all’entrata laterale, dominata dalla lapide agli alpini. Alle spalle della chiesa la casa parrocchiale - a ricordo del fatto che questa fosse la chiesa parrocchiale di tutti gli omegnesi ‘dell’est’, cioè abitanti ad oriente della Nigoglia. Pochi ricordano invece come in quella stessa casa, sino al 1878, risiedesse un piccolo gruppo di frati cappuccini, distaccati dal convento di monte Mesma.
barba Bunin
 




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29 marzo 2010

I parroci di San Giorgio

 

PARROCCHIA DI SAN GIORGIO MARTIRE
CASALE CORTE CERRO
ELENCO DEI PARROCI
 

N.
COGNOME E NOME
PATRIA
ENTRATA IN PARROCCHIA
NOTE
1
Brusa Battista
Ornavasso
1593
Cappellano
2
Tedesci Giov.Maria
Ornavasso
1596
 
3
Cranna Giov. Giulio
Crusinallo
3 maggio 1599
 
4
Zanoletti Angelo Antonio
Casale
3 settembre 1599
 
5
Cranna Giov. Giulio
Crusinallo
19 agosto 1606
 
6
Falciola Giov. Antonio
 
6 novembre 1607
 
7
Comola Giuseppe
Omegna
5 marzo 1608
Parroco dal 4/10/1608
8
Leidi Giovanni Battista
Massiola
27 dicembre 1609
Rinuncia 1621
9
Nobili Tommaso
Crusinallo
22 ottobre 1621
m.1631
10
Baldioli Pietro
Omegna
5 gennaio 1632
Si ritira 1669
11
Cane Bernardino
Loreglia
1 novembre 1669
m. 12/1/1725
12
Bionda Giov. Giacomo
Ricciano
25 gennaio 1725
 
13
Donna Giuseppe Antonio
Varzo
22 aprile 1725
 
14
Ragazzi Giuseppe Antonio
Buglio
6 gennaio 1764
 
15
Bocciolone Mattia
S.Maria d’Invorio
8 aprile 1764
m. 14/2/1805
16
Capra Giovanni Battista
 
18 febbraio 1805
 
17
Mostini Giovanni
Romagnano
14 luglio 1805
m. 3/1/1824
18
Rabajoli - Apostoli
 
24 gennaio 1824
 
19
Caroues Giuseppe
Intra
4 agosto 1824
m. 21/12/1858
20
Duelli Giuseppe
Cureggio
15 gennaio 1859
 
21
Sertorio Giovanni
Borgomanero
24 giugno 1861
Rinuncia
22
Salsa Francesco
Bellinzago
1870
 
23
Ranzoni Giuseppe
Pallanza
22 gennaio 1872
m. 19/3/1895
24
Conti Luigi
Maggiora
20 agosto 1895
 
25
Tettoni Pietro
Invorio Inferiore
19 agosto 1896
Trasf. Domodossola
26
Ardizoia Giuseppe
Oleggio Grande
9 giugno 1904
 
27
Calderoni Giacomo
Casale
18 dicembre 1904
 
28
Lilla Luca
Pisano
1 febbraio 1919
 
29
Belloni Pietro
Intra
1 ottobre 1919
Rinuncia, m. 1955
30
Beltrami Renato
Omegna
5 settembre 1954
m. 28/11/1998
32
Manzini Enrico
Borgolavezzaro
5 settembre 1999
Trasf. Preglia
33
Segato Pietro
Montecalda (Vicenza)
26 ottobre 2008
 

 
Da un elenco manoscritto conservato in casa parrocchiale
 


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7 febbraio 2010

La California casalese

 

Il rio Inferno ha le sue sorgenti nei pressi dell’alpe Minarola, a circa 1500 metri di altezza, poco sotto la vetta del monte Cerano. Forma un vallone selvaggio e molto incassato – che ben giustifica il suo nome - e arriva al piano di fondo valle nei pressi della frazione gravellonese di Pedemonte; da lì va poi a gettarsi nel Toce.
Nella zona alta è diviso in due rami principali da un costolone sul quale stanno appollaiati i ruderi dell’alpe Eurt dël Bur (Orto del Burro). Più in basso è tagliato da alcuni sentieri, il più importante dei quali parte da Arzo, passa per la cappelletta del Mont Scërän (Monte Cerano) e dopo aver attraversato il rio Inferno raggiunge l’alpe Grandi, l’alpe Cottini, gli alpeggi di Ornavasso (Hobel, Farambuda e altri) e il santuario del Boden.
Percorrendo questo sentiero, poco dopo la cappelletta, ci si imbatte in un imponente sperone roccioso che cade a picco sul greto del torrente, parecchie decine di metri più in basso. Alla base di questo contrafforte è tutt’ora visibile un orifizio circolare che dà accesso a una galleria parzialmente riempita di detriti. Si tratta dei resti di un saggio minerario fatto eseguire a fine ‘800 da una società mineraria inglese che aveva individuato in quel luogo una vena aurifera che pareva promettere ricchi guadagni. Si racconta che per alcuni mesi i minatori estrassero la pirite spaccata a colpi di piccone, mentre le donne dei nostri paesi venivano chiamate a prelevare i ciottoli per trasportarli a spalle, con le gerle, sino al mulino di Arzo, azionato dalle acque del rio Gaggiolo. Qui il minerale veniva macinato per ricavarne la sabbia che, lavorata a caldo con il mercurio, avrebbe rilasciato il prezioso metallo.
Erano gli anni della grande corsa all’oro nell’ovest degli Stati Uniti d’America e quel luogo dove pareva confluire altrettanta ricchezza finì per divenire ‘la California’ casalese.
Durò poco, però. Nel giro di qualche mese la vena si esaurì e la miniera fu abbandonata. Rimase al mulino di Arzo – che di lì a poco sarebbe stato parzialmente distrutto da una disastrosa alluvione del Gaggiolo – quell’esotico nome di California, che tanto stupore suscita in chi non ne conosce l’origine. E rimase una canzoncina popolare che pare le donne cantassero durante la faticosa marcia:
Ciapa la ròca e ‘l fus, che noma in Califòrnia,
che noma in Califòrnia, in Califòrnia a stupàa ij bus…
Prendi la conocchia e il fuso (gli attrezzi per filare) che andiamo in California a riempire i buchi…


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15 settembre 2009

In memoria di Renato Puppieni

 

Il 15 settembre 1943, a Podgorica, Montenegro, cadeva il caporale maggiore Renato Puppieni, di Gattugno, artigliere della 5° batteria da montagna. Fu uno dei primi episodi della guerra di resistenza cui presero parte attiva gli alpini della Taurinense rimasti intrappolati in territorio jugoslavo dopo l’8 settembre.

COMANDO REGGIMENTO “GARIBALDI”

Stralcio dal diario del comandante la Divisione “Garibaldi” per il giorno 15 settembre 1943

… una pattuglia di artiglieri, non lungi dal posto di blocco di Podgorica, ha avuta una consegna precisa: nessuno deve passare.

A forte velocità avanza un autocarro tedesco. Ignora di proposito il segnale di arresto e tenta di violare la consegna. Alla mitraglia vigila il Cap.maggiore Puppieni Renato della 5° batteria.

Egli non conosce esitazioni; calmo, preciso, carica l’arma, punta e spara: il guidatore è colpito in pieno. La macchina sbanda, si raddrizza, prosegue nella sua corsa pazza. Il mitragliere rimane fermo, impassibile alla sua arma, ed alla forza bruta dell’auto, oppone quella fredda e ragionata della sua mitraglia. Perso ogni controllo, la macchina gli è ormai vicina, ma l’eroe non si muove: come un simbolo vivente di volontà indomita, rimane al suo posto finché l’auto è sopra di lui, lo travolge, si rovescia e si sfascia…

                                                                                            Il Comandante

                                                                                   colonnello Carlo Ravnich

Alla memoria di Renato Puppieni fu concessa la medaglia d’argento al valore militare. A lui e al fratello Primo, deceduto in seguito all’internamento nei campi di prigionia in Germania, è intitolata la piazzetta di Gattugno.


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7 settembre 2009

Settembre 1944

 

Fu un ben triste mese, quel settembre di 65 anni fa.

Mentre le formazioni partigiane liberavano Domodossola e davano inizio a quell’esperienza esaltante che fu la repubblica dell’Ossola, i quaranta giorni di libertà, dal 10 settembre al 20 ottobre, la nostra zona fu teatro di vicende tragiche, anche se poco conosciute.

Già il 6 agosto un reparto tedesco aveva massacrato, all’alpe Grandi, sei combattenti della divisione Beltrami: i fratelli Bruno e Alfredo Bertone, Elio Delsignore, Paolo Migliarini, Ernesto Derivi e Giacomo Stoffler mentre altri due, Giulio Solari e Venanzio Marino, benché feriti riuscivano a mettersi in salvo.

Il giorno 11 una colonna fascista saliva in paese dai suoi presidi di fondo valle e, dopo aver respinto un piccolo gruppo di garibaldini che aveva teso un’imboscata nella zona del Blen, occupava il capoluogo e dava inizio ad un rastrellamento casa per casa. Donne, anziani e ragazzi sorpresi per le strade furono richiusi, sotto la minaccia delle armi, nella chiesa parrocchiale di San Giorgio. Dalla cella campanaria del campanile, così come dalla torretta di villa Aguzzoli, a Crebbia, le mitragliatrici dei repubblichini presero a spazzare i versanti della montagna, attenti ad ogni piccolo movimento che potesse segnalare la presenza dei patrioti.

Nel frattempo la perquisizione li aveva portati a scoprire in casa Motta, sopra il panificio della medesima famiglia, un deposito di materiali lasciati in custodia dal figlio, partigiano del battaglione Romolo. L’edificio venne saccheggiato e dato alle fiamme, tra la disperazione dei proprietari.

Il giorno successivo, mentre infuriava la battaglia di Gravellona, altri tre garibaldini, Luigi Bertini, Bruno Biraghi e Francesco Ferraris venivano dilaniati da un proiettile d’artiglieria in un prato presso Crebbia.

L’epilogo avvenne il giorno 14, quando i fascisti raggiunsero la piccola frazione di Ricciano e, per vendicarsi dei tiri di mitraglia che proprio da lì li avevano colpiti nei giorni precedenti, sgombrarono con la forza il paese dando poi alle fiamme la maggior parte degli edifici.


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6 agosto 2009

6 Agosto 1944

6 Agosto 1944...   Per non dimenticare

Bruno e Alfredo Bertone, Elio Delsignore, Paolo Migliarini, Ernesto Derivi, Giacomo Stoffler
patrioti della divisione alpina Filippo Maria Beltrami vengono sorpresi e trucidati dai nazifascisti in una baita dell'alpe Grandi; l'edificio viene dato alle fiamme. 

Altri due partigiani, Giulio Solari e Venanzio Marino, benché feriti, riescono a darsi alla fuga.

I poveri resti, carbonizzati, ritornano in paese il giorno seguente portati a spalle, nelle gerle,dalle mogli e dalle sorelle.


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4 novembre 2008

4 Novembre... 90 anni

                                                                 a Montebuglio
Il 4 novembre 1918, la fine della grande guerra. La notizia è arrivata con il suono delle campane di San Fermo; al sentirle gli abitanti di Montebuglio hanno gridato per chiedere cosa stesse succedendo e da San Fermo hanno risposto: “C’è la pace!” Sono corsi anche loro a suonare le campane e il Nardo (Leonardo Dematteis) che aveva un negozio ha preparato per tutti un grande risotto, al quale avevano aggiunto anche qualche pezzo di salsiccia. Tra i ricordi della grande guerra anche i voti e le promesse di alcune mamme per i figli in guerra, come il dono della statua del Sacro Cuore che si trova nella chiesa di Montebuglio o quella di una madre che ha offerto una pecora da mangiare tutti insieme per festeggiare il ritorno del figlio, una tradizione che si è tramandata negli anni a seguire per l’ultimo giorno di carnevale.
                                                                                       ricordo di Rosa Dematteis Calderoni

                                                                  a Casale
Del periodo della prima guerra mondiale ricordo la scarsità di cibo, specialmente del pane, che era razionato come lo erano il riso e la pasta. In Municipio distribuivano zucchero per i bambini piccoli. Molte persone morivano per febbre spagnola, anche perché tanto deboli. Frequentavo le elementari, ma la maestra, suor Michelina non parlava della guerra. In famiglia invece se ne parlava spesso perchè tre zii erano militari e si trepidava per la loro sorte. Mio padre vendeva i giornali: non essendoci radio né televisione, la stampa era il mezzo di informazione più aggiornato; dei fatti, poi lui discuteva ogni mattina con l'arciprete di allora, don Giacomo Calderoni di Arzo, e risultava pertanto tra i più informati. Essendo poi stato vicesindaco per un certo periodo, aveva occasione di incontrare soldati casalesi che tornavano o partivano, e di cui doveva firmare i documenti.

Verso la fine del 1917 giunse la comunicazione della morte dello zio Giovanni in Albania, presso un ospedale da campo, per malattia infettiva; ricordo le lacrime del vecchio nonno, ancora lucido e cosciente, e di tutti i familiari. Il quattro novembre del ‘18 suonarono le campane, tutti facevano festa, ma io ricordo il pianto della zia Luigia che diceva: "Sì è la pace, ma mio fratello Giovanni non torna più!"
                                                                             
ricordo di Clelia Calderoni Carissimi

da Taquin dë cui dë Cäsàal 2003


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14 settembre 2008

SOCIETA’ OPERAIA DI MUTUO SOCCORSO Casale Corte Cerro

da Casale com’era. Storia giorno per giorno di un paese di montagna - Aprile 1983 

Fondata nel 1872.

Tra gli operai di Casale Corte Cerro è costituita una associazione di Mutuo Soccorso sotto il nome di Società Operaia; ha per base l’unione e la fratellanza e per scopo il mutuo soccorso e l’istruzione dei soci.

Tutti i cittadini dimoranti nel comune di Casale Corte Cerro i quali abbiano i requisiti voluti dallo statuto possono fare predella società quali soci effettivi e qualunque cittadino o cittadina, anche di altra nazionalità può far parte dell’Associazione quale socio onorario.

La società ha una bandiera ed è il segno sensibile che concreta l’idea della società e perciò la rappresenta. Si compone di un drappo di seta con i tre colori nazionali, sostenuto da un’asta dalla cui cima pendono due stole di colore bleu, su cui sta scritta in caratteri d’oro

SOCIETA’ OPERAIA DI CASALE CORTE CERRO

Non si potrà far uso della bandiera se non in circostanze legittime. E come tali sono:

· Quando la società legalmente adunata

· Quando essa interviene come corpo o per mezzo di una rappresentanza alle solennità sociali anche di altre società

· Per manifestazioni di gioia o di lutto

La società operaia ha un fine sociale; i soci hanno diritto di essere soccorsi dalla società attraverso sussidi quali la distribuzione di denaro.

Nessuno potrà avere diritto a sussidio prima di avere pagato le relative quote mensili durante i sei mesi dall’iscrizione e i soccorsi non vengono che accordati in caso di malattia, escluse quelle veneree e quelle provenienti dall’abuso di vino e d’alcool e dalle risse.

La Società Operaia è un’organizzazione apolitica; le discussioni a carattere politico, religioso o di altra natura sono assolutamente proibite se non riflettono direttamente l’interesse morale o materiale della Società.

In caso di scioglimento della Società Operaia, i fondi verranno provvisoriamente dati in godimento alle Opere Pie della Parrocchia di Casale Corte Cerro in proporzione dei soci residenti in ciascuna parrocchia e dei vantaggi che i singoli soci hanno conferito alla Società.

In caso di ricostituzione entro cinque anni, i fondi dati per le Opere Pie potranno essere ripresi.




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8 settembre 2008

CALDERONI FRATELLI S.p.A.

 testo di presentazione per mostra fotografica - aprile 2001

CALDERONI FRATELLI S.p.A.

150 ANNI DI STORIA

Centocinquant’anni, un secolo e mezzo. Un’età ragguardevole, che poche, pochissime aziende italiane possono vantarsi di aver raggiunto…

La nostra indagine inizia nel 1844, quando Carlo Calderoni, rampollo di una benestante famiglia borghese giunta sui nostri monti, pare, da Perugia, dove gli antenati erano notai, apre al Mulino, il complesso di edifici situato a valle del paese, una piccola attività per la produzione di articoli in metallo, sfruttando l’energia idraulica fornita dai salti d’acqua del Rio Vallessa.

Un personaggio poliedrico, questo signor Carlo. Da giovane, in compagnia del padre aveva viaggiato per la Svizzera e per la Germania allo scopo di studiare i nuovi processi di lavorazione industriale che andavano prendendo rapidamente piede a nord delle Alpi. Si occupò per un certo tempo in quelle zone, e probabilmente fu lì che riuscì ad accumulare il nucleo originario del capitale che gli permise poi d’impiantare la sua attività.

La prima guerra d’indipendenza lo vede arruolato nell’esercito sabaudo con il grado di alfiere e si sa per certo che ha partecipato alla storica battaglia della Bicocca di Novara.

Il 1851 vede la nascita del primo embrione dello stabilimento attuale, nel centro del paese, proprio a fianco della chiesa parrocchiale ed a ridosso del municipio, dove si producono posate e vasellame in peltro, ferro stagnato e rame. La sede amministrativa dell’azienda è a Novara dove Pietro, fratello di Carlo, cura la parte commerciale e contabile. La famiglia è completamente coinvolta nell’impresa e pochi anni dopo fonda un secondo stabilimento a Crusinallo, specializzato nella produzione di viti, punteria e chiodi, quello che diverrà la Calderoni e Soci, ma sarà nota in tutta la zona come lä fabbricä d’i brocch.

Carlo è attaccatissimo a Casale e vede la sua azienda soprattutto in funzione del miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei suoi abitanti. Si preoccupa del benestare delle maestranze e delle loro famiglie, mentre il fratello Pietro fonda l’asilo infantile, e favorisce la nascita della Società Operaia. Sull’edificio di questa una lapide ricorda ancora oggi in Carlo Calderoni colui che “…braccia e rivi e rote di gente sua chiamò tenacemente al patrio industre borgo, come benefico padre…”

Gli succedono i figli, Giuseppe, Domenico e Pietro; il primo, il mitico sciur Pepp, alla direzione tecnica degli stabilimenti, gli altri alla parte commerciale, trasferita nel frattempo a Milano, in via Durini, dove viene aperto anche un negozio di rappresentanza.

Dopo il 1870 irrompono sui mercati le nuove leghe d’acciaio che rivoluzionano le tecniche di produzione. Dalla fusione si passa alla tranciatura ed all’imbutitura, ma occorre una gran quantità di energia ed i Calderoni non esitano a buttarsi nell’industria idroelettrica costruendo una centrale con turbine Pelton in valle Strona, presso Chesio, alimentata dalle acque del rio Bagnone convogliate in un bacino di circa 2500 metri cubi: manda corrente alla fabbrica di Casale con una linea di parecchi kilometri che scavalca la montagna a Quaggione. Un’altra centrale, con turbine Kaplan ad acqua fluente, viene realizzata a Crusinallo. L’energia elettrica così prodotta è in esubero rispetto alle esigenze dell’azienda, ed i solerti imprenditori la vendono agli abitanti di Casale e di Omegna, divenendo pionieri anche in questo campo. Grazie a loro la città di Omegna poté disporre di un impianto elettrico d’illuminazione pubblica con sei mesi d’anticipo rispetto alla stessa Milano.

L’attività della Calderoni si espande notevolmente sul finire del XIX secolo, gli stabilimenti s’ingrandiscono e accolgono un gran numero di operai, tanto poter dire che in quegli anni non v’era famiglia casalese che non ne traesse, almeno in parte, il proprio sostentamento. Viene ampliata la grande villa di famiglia, risalente al 1765, in via Roma, si realizza il deposito delle carrozze e, per ospitare le famiglie dei dipendenti, si edifica il “Palazzo”, uno dei primi esempi di alloggi aziendali della zona.

Molti sono gli operai qualificati che “si fanno le ossa” nelle officine Calderoni e molti di questi metteranno a buon frutto l’esperienza accumulata “mettendosi in proprio” ed andando a così costituire il nerbo di quell’imprenditoria che ha fatto del Cusio una delle zone più industrializzate del paese.

A Giuseppe Calderoni succedono, dagli anni trenta, i figli: Mario nell’azienda di Casale e Franco in quella di Crusinallo, che comincia a prendere una strada propria. Compare l’acciaio inossidabile che si va ad affiancare all’alpacca argentata, e la produzione dei casalinghi, posate, vasellame a lavorazione artistica e pentolame, prende il volo. Il marchio Calderoni assume un enorme prestigio e diventa in tutto il mondo sinonimo di altissima qualità.

Oggi, ad un secolo e mezzo da quel lontano 1851, l’impresa è diretta dai cugini Giuseppe e Valerio Calderoni, figli rispettivamente del sciur Mario e del sciur Franco, ed a loro, a nome di tutti i gloriosi antenati, e alla loro azienda va il pensiero riconoscente di quei casalesi che alla preveggenza ed alla lungimiranza del bisnonno Carlo, ma anche all’impegno ed alla fatica di quanti in tutti questi decenni hanno lavorato e sudato tra quelle mura, devono buona parte del proprio attuale benessere. Questa mostra vuole quindi essere un modesto, ma speriamo importante, contributo ai festeggiamenti che nelle prossime settimane si susseguiranno.




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5 settembre 2008

LA LEGGENDA DEI CONTI DI CERRO

 da Eco del Verbano – Gennaio 2006

Casale Corte Cerro, comune della provincia del Verbano Cusio Ossola è situato sul versante occidentale della val Corcera, tra Gravellona Toce, a nord, e Omegna, a sud. I suoi oltre 3400 abitanti sono distribuiti in ben quattordici frazioni, alcune delle quali – Montebuglio, Ramate, Arzo e altre – già nominate in antiche pergamene risalenti sino all’alba del secondo millennio. Ma non il capoluogo…

La corte - o borgo - di Cerro, centro fortificato di antica origine, sorgeva ai piedi del monte Cerano e sulle rive del lago Maggiore, che allora spingeva sin lì le sue paludi, nel luogo ove ora si trova il cimitero di Gravellona Toce (canton Wu).

Secondo la leggenda i conti di Cerro, signori del borgo, erano dei buoni nobili, cristiani e sostenitori della fede. La loro dinastia giunse al massimo splendore negli anni delle crudeli lotte tra Guelfi e Ghibellini, gli uni partigiani del Papa, gli altri accesi sostenitori dell'imperatore tedesco, il cui dominio si estendeva su buona parte dell'Italia. Era difficile tenersi fuori da quelle guerre e i nostri conti si fecero paladini della causa pontificia.

Un triste giorno i Ghibellini di Novara ebbero il sopravvento sui loro avversari e vollero sbaragliarli completamente, eliminandone tutti gli alleati. Fu così che una notte il borgo di Cerro venne assalito di sorpresa. La resistenza fu lunga e valorosa, ma nulla poté contro il numero soverchiante degli avversari: il paese fu incendiato e raso al suolo, la popolazione decimata, ma i conti riuscirono a fuggire attraverso un passaggio segreto che portava fuori dalle mura e sino al fortilizio appositamente edificato su un poggio del monte sovrastante, Piänä Cäslëtt, il ripiano del castelletto. Ad essi si unirono altri superstiti, insieme si portarono nel luogo ove ora sorge Casale e qui si stabilirono, in alcuni alpeggi di loro proprietà, i casali della corte di Cerro, da cui il nome del nuovo insediamento.

Del vecchio borgo non rimasero che la chiesetta di San Maurizio e un torrione sbrecciato e semidiroccato, all'interno del quale crebbe col tempo un rigoglioso albero di cerro: lo stesso torrione e la stessa quercia che ancora campeggiano sul gonfalone del comune.

La stessa leggenda fa cenno anche a un valoroso capitano che, dopo aver strenuamente difeso la piazzaforte, fuggì portando con sé il tesoro dei conti, tesoro che andò a nascondere in qualche antro della montagna dove, ancor oggi, aspetterebbe di essere ritrovato.

E ancora, si narra che uno dei sacerdoti che seguivano l'armata ghibellina con funzioni di cappellano, inorridito dall'orrendo massacro, si sia ribellato al feroce comandante e che questi, per punizione, lo abbia fatto rinchiudere in una caverna della valle dell'Inferno, sopra Pedemonte. Ancora oggi, nelle notti di tempesta, le sue grida angosciate terrorizzano gli abitanti di quella frazione.

Questa è la leggenda che si è tramandata, riferita ai tragici avvenimenti del 1312-1314 e che, a tratti, risulta ben diversa dalla realtà storica, così come la si è potuta ricostruire a tanti secoli di distanza.

Nessun documento cita i conti di Cerro; si può invece affermare con buona certezza che il borgo fortificato, posto in un'importante posizione strategica, lungo la via Francisca che collegava Novara e la pianura, attraverso il Cusio, con l'Ossola e il nord Europa, facesse parte del feudo dei Nobili, conti di Crusinallo, probabilmente ramo collaterale della famiglia Del Castello - o Da Castello - signori di Pallanza. Tale dominio ebbe due brevi interruzioni: la prima nell'XI secolo quando, a seguito di complicati sovvertimenti, il dominio venne assegnato per tre quarti alla badia (abbazia) di Arona e per il resto al vescovo-conte di Novara, l'altra pochi decenni più tardi quando fu conquistato dal comune di Novara, durante la guerra combattuta da quella città contro Pallanza e l'Ossola inferiore

Nel corso delle lotte tra Papa e Imperatori, Novara, come d’altronde le maggiori città dell'Italia centro settentrionale, si divise in due fazioni: i Guelfi, capeggiati dai Brusati, e i Ghibellini, guidati dai feroci Tornielli; i Cavallazzi, la terza grande famiglia cittadina, si destreggiavano tra le due parti. E' comunque certo che tali nobili casate si fronteggiassero soprattutto per interessi particolari, legati fondamentalmente al dominio del territorio, riparandosi solo per comodità dietro i due partiti; nello stesso modo si comportavano poi tutti i signorotti della provincia, che avevano in corso un'infinità di faide e diatribe minori.

Non si sa con esattezza se i Crusinallo furono sempre legati alla parte "sanguigna" (i guelfi Brusati) o se anch'essi giocassero d'avvantaggio, passando disinvoltamente dall'una all'altra delle due fazioni. Le cronache di quei tempi raccontano però di tal Aymerico da Croxinallo, condottiero di ventura detto "il Rabbia" per la sua ferocia. Costui nel 1258 fu nominato da Torello Tornielli, allora esule a Pavia, comandante in capo delle milizie di parte "rotonda" (ghibelline) per la spedizione di riconquista di Novara, da cui i Brusati l'avevano cacciato. Il Rabbia conquistò la città - probabilmente nel 1260 - ed ebbe modo di dare ampia dimostrazione delle sue sanguinarie tendenze: si era appositamente condotto appresso un carro carico di "scaiones" (paletti appuntiti) di cui si servì per accecare quanti avversari ebbero la sfortuna di cadere vivi nelle sue mani. I disgraziati sanguigni non dovettero essere pochi, visto che gli statuti cittadini del 1277 facevano obbligo al podestà di espellere da Novara tutti i ciechi, tranne coloro divenuti tali per causa di Aymerico.

Nel 1310, dopo varie vicende di tal tipo, il sacro romano imperatore Enrico VII scendeva in Italia e imponeva la cessazione delle ostilità; il 18 dicembre entrava in Novara riconducendovi i ghibellini, ancora una volta esuli. Ma la pace durò poco: nel giugno successivo i Tornielli scacciarono dalla città i loro eterni avversari e questi si rifugiarono nei borghi e nelle campagne, soprattutto sulla riviera del lago d'Orta e nel feudo dei Crusinallo. Questa volta i ghibellini pensarono di stroncare definitivamente la resistenza dei Brusati e dei loro alleati e organizzarono una formidabile spedizione punitiva contro chi li aveva accolti.

Tra il 1311 e il '12 molte furono le località assalite e crudeltà ed eccidi si sprecarono. Omegna riuscì a respingere gli assalitori grazie alle robuste fortificazioni e al rilevante numero di difensori, Crusinallo fu solo in parte distrutta, ma la furia devastatrice degli attaccanti si riversò in pieno sul borgo di Cerro. Nonostante le fortificazioni il luogo venne rapidamente espugnato, l'abitato incendiato e le sue rovine rase al suolo, la popolazione dispersa o massacrata. Sulle rovine fumanti venne "sparso il sale": era severamente vietato ricostruire nel raggio di due miglia, tranne che oltre il Toce, in territorio di Mergozzo, e oltre la Strona, ove già esistevano i due nuclei antichi di Gravellona, il Motto e la Baraggia. Rimasero in piedi soltanto la chiesa, dedicata a san Maurizio e tutt’ora esistente, e una parte del muro di cinta, abbattuta solo pochi anni or sono.

I pochi scampati all'eccidio ripararono effettivamente "sui poggi del Cerano", nelle "villae", già di loro proprietà, sorte attorno all’oratorio di san Giorgio martire, nei pressi dei villaggi preesistenti (Arzo, Buglio, Cereda, Ramate): così nacque la Corte di Cerro. Mantennero però, costoro la proprietà dei terreni e i diritti di dominio al piano, tanto che Gravellona dipese da loro ancora per lungo tempo (il comune di Gravellona Toce nacque, staccandosi da quello di Casale Corte Cerro, solo nel 1912; ma questa è un’altra storia).

Alcuni altri superstiti si rifugiarono invece sulla sponda lombarda del Verbano, fondandovi il paese di Cerro, ora frazione di Laveno.




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5 settembre 2008

MADONNA DELLA MERCEDE

 Fino all’anno 416, la Spagna fu travagliata dai Vandali e dai Goti che, cessato il Romano Impero, se ne erano resi padroni. Quando Giuliano, conte di Centa, ebbe vinto e ucciso Roderico, ultimo re dei Goti, nel 713, la Spagna fu invasa dai Saraceni, venuti dall’Africa. Costoro, per essere maomettani, si diedero subito a perseguitare in ogni modo i Cristiani traendone molti in dolorosa schiavitù. Lo stato delle cose durò così miserando fino al principio del secolo XIII, per lo spazio cioè di circa 600 anni .Maria Santissima, a cui tutti i buoni si rivolgevano e che già aveva dato a S. Domenico il Rosario per debellare le eresie, venne anche stavolta in aiuto.Nella notte dall’1 al 2 agosto 1218, Maria Santissima apparve a S. Pietro Nolasco, signore molto pio e molto ricco, giovane di 29 anni, che era di universale edificazione. A lui la Vergine Santa comandò di istituire un nuovo Ordine religioso che si denominasse della Mercede e che avesse fra l’altro, l’obbligo di redimere gli schiavi cristiani.

Al mattino, S. Pietro Nolasco parlò di questa visione avuta nella notte, col suo confessore, S. Raimondo di Peñafort. Meraviglia! A lui pure era apparsa la Vergine, dicendo le stesse cose. Entrambi, allora, si portarono dal re Giacomo di Aragona, che comandava cioè quella parte della Spagna che fin dal 778 Carlo Magno aveva tolta ai Mori. Li ascoltò il buon sovrano e li fece meravigliare, quando egli stesso affermò di aver avuto la medesima visione e il medesimo comando da Maria Santissima.Non ci poteva dunque essere alcun dubbio circa la volontà del Signore!I tre si misero all’opera, volenterosi.

Il 10 agosto, nella cattedrale di Barcellona, dal vescovo del luogo, Berengario della Palù, San Pietro Nolasco ricevette l’abito bianco e lo scapolare, distintivo del nuovo Ordine. Ai soliti tre voti (povertà, castità; obbedienza) aggiunse il quarto: quello di darsi, occorrendo, anche in ostaggio per la redenzione degli schiavi. Il re Giacomo diede, come prima casa del nuovo Istituto, la maggior parte del suo palazzo.

Così ebbe principio il grande Ordine dei Mercedari, che fregiandosi il petto delle armi del re di Spagna e approvati da Papa Onorio III nel 1223 e da Gregorio IX nel 1235 si diffusero per il mondo, facendo del bene immenso. E la Vergine Santa, fondatrice e sostenitrice di quell’Ordine, ebbe un culto più affettuoso e più generale.

Da noi a Casale Corte Cerro e precisamente nell’oratorio della frazione di Cereda, la devozione alla Madonna della Mercede, proviene dal sacerdote Pietro Ferraris, morto il 21 dicembre 1842 nella bella età di 77 anni, che per essere ex religioso Mercedario, aveva donato alla chiesa un piccolo quadro spagnolo. Questo raffigurava la Vergine incoronata, in piedi, a braccia larghe e sotto il manto, vuoi a destra e vuoi a sinistra, stanno uomini e donne, grandi e popolani, pienamente difesi dalla Madre di Dio.

S’introdusse fin dalla prima volta, perché suo giorno fisso, la Messa cantata al 24 settembre, finché essendo zelante fabbriciere dell’Oratorio il signor Carlo Pietro Zingaro, si pensò a comperare una statua della Vergine a Milano dalla ditta Lorenzo Riva. Il caro simulacro arrivò e il 22 novembre 1925, in una bella giornata di sole, in una commovente festa di cuori, fu benedetto e dal Gabbio fu portato all’Oratorio della Cereda in una grandiosa processione, non facilmente dimenticabile. E da quel giorno la Vergine Santa, a braccia larghe, diffonde le sue grazie per le anime e per i corpi, per i vicini e per i lontani.Per merito di Lei, s’è abbellita la chiesa d’un altare nuovo in marmo, consacrato da Maurilio Fossati vescovo di Galtelli Nuoro (Sardegna), il 28 settembre 1926.

(Da uno scritto di mons. Pietro Belloni, Arciprete di Casale Corte Cerro dal 1919 al 1954. Edizione tipografia Antonioli – Domodossola - 8 dicembre 1927).




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5 settembre 2008

RICCIANO, SETTEMBRE 1944

 da Il Falò, Settembre 2002

Già in altra sede si sono recentemente ricordati i tristi avvenimenti di quel agosto del ’44, culminati nell’eccidio di sei partigiani della divisione alpina Beltrami all’alpe Grandi. Ma forse ancor peggiore fu il mese successivo.

Settembre iniziò con la rivincita dei patrioti: il giorno 5 i reparti della Beltrami e della seconda divisione garibaldina Redi occupavano Omegna e dilagando per la Corcera fino alla discesa di Santa Maria, dove si trovava il posto di blocco tedesco, e attestandosi alla Turigia, da dove i tiratori scelti tenevano sotto pressione il presidio nazifascista di Gravellona. Questo non tardò a reagire: la mattina dell’11 le batterie d’artiglieria installate nel piazzale della chiesa presero a bombardare Casale e le sue frazioni, provocando ingenti danni e allentando la pressione dei partigiani.

Due giorni più tardi però, i georgiani inquadrati nella Redi scatenarono un furioso attacco ai reparti fascisti appostati nello stabilimento Furter di Santa Maria: iniziava così la battaglia di Gravellona, cui parteciparono i patrioti di tutte le formazioni presenti in zona. Per due interi giorni i combattimenti infuriarono nella cittadina; si arrivò anche alla resa di alcuni reparti repubblichini, ma la maggior parte del presidio riuscì a trincerarsi in alcuni edifici del centro e a resistere sino all’arrivo dei rinforzi da Baveno e da Pallanza. I partigiani dovettero rapidamente ripiegare verso la montagna, lasciando sul terreno 35 morti.

Iniziò immediatamente la controffensiva e la vendetta non si fece attendere. Il 14 settembre, mentre l’Ossola festeggiava l’inizio dei ’40 giorni di libertà’, un reparto della GNR (guardia nazionale repubblicana) piombava su Ricciano, dove, non trovando che donne, vecchi e bambini – tutti gli uomini validi erano fuggiti – saccheggiava ed incendiava tutte le case della piccola frazione.




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19 agosto 2008

PARROCCHIA DI SAN GIORGIO MARTIRE - CENNI STORICI

 Casale nacque, secondo la leggenda, dopo la fuga degli abitanti di Cerro, il borgo fortificato posto al confine tra Cusio e Ossola, distrutto nel 1311 durante le cruente dispute tra guelfi e ghibellini novaresi. Costoro si rifugiarono in quelli che erano allora degli alpeggi e vi fondarono la Corte di Cerro, luogo che proprio da allora comincia ad essere citato nei documenti. La prima cappella, trasformatasi poi, per successivi ingrandimenti, nella chiesa parrocchiale vi è però segnalata sin dall’inizio del millennio.

Al termine del sedicesimo secolo, con la conclusione del Concilio di Trento ed il forte movimento della controriforma, in tutta la zona si moltiplicarono le iniziative tese ad una nuova evangelizzazione. A Casale si pose mano a lavori di ampliamento della chiesa con l’elevamento del campanile, che fu dotato di un concerto di campane (1552), e la costruzione delle due sacrestie (1655). Dal 1593, inoltre, un cappellano fu distaccato da Omegna per curare le anime casalesi, prima nei soli giorni festivi, poi in permanenza.

Il 1609 segna la data dell’istituzione della parrocchia, con decreto firmato in data 4 Ottobre dal vescovo Carlo Bascapè.

Trentuno sono i pastori i cui nomi risultano registrati in una pergamena incorniciata ed esposta nella casa parrocchiale, sei cappellani e venticinque parroci, dal primo, Giuseppe Comola, di Omegna, a don Enrico Manzini.

La chiesa, rinnovata, fu consacrata il 7 Luglio 1697 dal vescovo Giovanni Battista Visconti, che in quell’occasione concesse ai nostri parroci il titolo di Arcipreti.

Un importante contributo alla vita spirituale venne dalle due confraternite, del SS. Sacramento e del Rosario, fondate rispettivamente nel 1585 e nel 1603.

Nello stesso periodo i frati cappuccini, che avevano probabilmente una casa conventuale a Ramate, posero mano all’edificazione dell’oratorio dedicato ai santi Carlo Borromeo e Bernardo d’Aosta, consacrato nel 1616, mentre i frazionisti di Arzo realizzavano la loro chiesetta, ultimata nel 1675.

Un altro periodo di grande attività per la parrocchia fu quello posto a cavallo tra ‘800 e ‘900, quando, soprattutto sotto la guida del dinamico parroco Pietro Tettoni, la chiesa di San Carlo, già rinnovata tra il 1805 ed il 1827, fu dedicata alla Madonna di Pompei con l’edificazione del nuovo altare e l’erezione della grande pala. Anche la chiesa parrocchiale fu oggetto di lavori imponenti, con l’edificazione dell’altare del Sacro Cuore e l’arrivo della statua di S. Giorgio e di quella della Madonna delle Figlie.

Il secolo appena trascorso ha visto la nascita dell’Unione dei Giovani Cattolici (1917) e l’edificazione della Casa del Giovane (1927) e del santuario del Getsemani (1950), opere cui molto contribuirono i fratelli Luigi e Marì Gedda. Al 1931-’32 risalgono poi gli affreschi della chiesa parrocchiale, opera dei pittori Morgari e De Giorgi.




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18 agosto 2008

PARROCCHIA DI SAN GIORGIO MARTIRE IN CASALE CORTE CERRO - CRONOLOGIA MINIMA

 

Da appunti recuperati dall’archivio parrocchiale e da Novaria Sacra, 1929

1046 è documentata l’esistenza della chiesa (poi parrocchiale) originale

1309 diatriba tra le comunità di Casale e Buglio per i terreni di

Vallessa

1552 costruzione del campanile (data incisa sullo stesso)

1554 benedizione della chiesa di San Maurizio

1569 costruzione dell’oratorio di Ramate

1580 data incisa nella pila dell’acqua santa in fondo alla chiesa

parrocchiale

1585 04/05 la confraternita del SS. Sacramento, già esistente, viene aggregata

a quella (della Vergine del Rosario?)

1592 inizio della registrazione degli atti di battesimo e di matrimonio

1599 obbligo di partecipazione alla processione del S.S.

1603 26/03 erezione della confraternita del SS. Rosario, approvata dal vescovo

di Novara nel 1612

1609 4/10 costituzione della parrocchia

1617 inizio elenco dei priori della confraternita del SS. (Rosario?)

1619 già esiste la chiesa di San Carlo

1655 (1615?) data esterna sulla cappella di sant’Antonio; 4 maggio

autorizzazione all’erezione della cappella stessa

1675 costruzione oratorio di Arzo; il 21 gennaio il prevosto di Omegna

riceve facoltà di benedirlo sotto il titolo di Santo Stefano

1697 il vescovo Giovanni Battista Visconti consacra la chiesa e concede

ai parroci di Casale il titolo di Arcipreti

1703 data sulla balaustra

1726 data sul quadro di san Bernardo nella sacrestia del Rosario

1750 data sulla parete esterna della cappella di san Giuseppe

1766 14/01 donazione della reliquia di San Giorgio da Giovanni Antonio Banetti

di Montebuglio, abitante in Parma

1769 benedizione dell’altare di San Carlo

1782 09 benedizione del quadro di San Giorgio

1792 23/10 facoltà di benedire i quadri di san Giovanni e della Vergine

Addolorata

1809 10/09 benedizione del cimitero

1820 costruzione della nuova chiesa di San Carlo

1827 fine costruzione e benedizione della nuova chiesa di San Carlo

1830 separazione di San Maurizio da Casale

1833 01/12 benedetto l’altare del patrocinio di san Giuseppe

1837 09/06 benedizione del nuovo altare maggiore

1842 benedizione Via Crucis

1854 funzione in ringraziamento per la liberazione dal colera

1884 funzione per le cinque nuove campane

1895 acquisto statua Madonna delle Figlie, costo 110 £

1896 lavori alla chiesa di San Carlo

1900 20/05 consacrazione altare Madonna di Pompei a San Carlo

1901 erezione dell’altare del Sacro Cuore e della balaustra a San Carlo

1902 nuovo pavimento e incoronazione della Madonna di Pompei

1903 acquisto della statua di San Giorgio

1907 coperchio del pulpito e cupola del battistero

1926 erezione del campanile della chiesa di San Carlo


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10 agosto 2008

ORATORIO DI SAN CARLO

…O della Madonna di Pompei. Sorge immediatamente a monte del cimitero di Casale, o meglio è quest’ultimo a trovarsi a valle del monumento, nato certamente per primo.

Dalle poche notizie reperite si sa che la prima pietra del Santuario, dedicato per lungo tempo ai Santi Carlo Borromeo e Bernardo da Mentone, o d’Aosta, il “cacciatore di diavoli” – tanto che ancora ne porta il nome - fu posata il 15 Novembre 1615. La costruzione, iniziata su disegno del Padre Guardiano dei Cappuccini d'Orta, procedette con alterne vicende. Venne ripresa, con un progetto di ampliamento, tra il 1805 e il 1827 ed ebbe termine nel 1836. Il campanile venne aggiunto invece solo nel 1926; abbiamo fotografie che ci mostrano la chiesa ancor priva del medesimo.

L'Arciprete don Tettoni, parroco di Casale dal 1896 al 1904, vi fece erigere il grandioso altare della Beata Vergine di Pompei, ornato di marmi preziosi, che fu consacrato dal Vescovo di Novara, mons. Pulciano, il 20 Maggio 1900. Due anni più tardi avvenne poi l’incoronazione della Madonna di Pompei.

L'ultimo restauro è del 1999/2000.




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2 agosto 2008

LO CERRO E ‘L DIRUTO TORRIONE

D’azzurro castello di rosso, merlato alla guelfa, aperto e finestrato nel campo, posto in terreno di verde ed addossato ad una pianta di cerro al naturale, sormontato da una corona d’oro ornamentale. Questa la descrizione ufficiale, secondo l’ostico linguaggio araldico, dello stemma che i nostri genitori scelsero per il comune di Casale, riconosciuto ed ufficializzato con Regio Decreto del 9 Dicembre 1941. In linguaggio corrente una torre rossastra con merli quadrangolari – alla guelfa, appunto – sul fondo del cielo azzurro, dietro, o dentro, il quale svetta un cerro maestoso e fronzuto. Il tutto impresso su uno scudo di stile sannitico sormontato da corona di comune semplice, vale a dire privo del titolo di città, e contornato dalle solite fronde di quercia e lauro.

Si dice che ricordi il borgo di Cerro che sorgeva un tempo ai piedi del Cerano, porto lacuale e crocevia degli scambi commerciali tra Ossola, Verbano, Vergante e Cusio, sorto forse, secondo il Pattaroni, sui resti della mitica e mai individuata Stazzona, capoluogo della provincia romana delle Alpi Attrezziane. Secondo la leggenda, agli inizi del XIV secolo questa piazza fortificata diede ospitalità agli esuli guelfi novaresi, sconfitti nella lotta tra i partigiani dei Papi e quelli degli Imperatori germanici, e per questo subì l’assalto dei vittoriosi ghibellini che la espugnarono intorno al 1311, massacrandone la popolazione, scacciandone i superstiti e proibendone la ricostruzione. Rimase soltanto il mastio diroccato del castello all’interno del quale, col passare del tempo, crebbe una maestosa quercia, un cerro per la precisione, a rammentarne la perduta grandezza.

Su tali epici ricordi a lungo fantasticò il prof. Luigi Gedda, emerito casalese d’adozione, sino a comporre, probabilmente negli anni ’30, una famosa canzoncina, musicata dal maestro Placido Calderoni, che divenne una specie d’inno del locale gruppo giovanile d’Azione Cattolica e che iniziava con i versi “…dai poggi del Cerano un inno si levò…” per proseguire con “…vessillo era dei guelfi…” e ricordando come “…un giorno il ghibellino sui guelfi trionfò, la schiera che fuggiva in Cerro riparò, quel borgo che il nemico al fuoco abbandonò…”.

Di fatto sul finire di quel decennio l’amministrazione comunale decise di adottare ufficialmente il proprio stemma, così come avevano fatto molti altri enti nello stesso periodo - mentre prima solo le città capoluogo di provincia e i centri maggiori potevano fregiarsi di uno stemma - facendo registrare all’ufficio araldico centrale i simboli probabilmente già in uso da tempo, ma ancora privi di riconoscimento legale, per apporli poi sul proprio gonfalone ed utilizzarli su tutti i documenti pubblici.




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2 agosto 2008

LA FERROVIA NON HA DA PASSAR

Regie Patenti 18/07/1844: a tanto risale la prima idea di un collegamento ferroviario tra Novara e il lago Maggiore, provenendo da Alessandria e con capolinea immaginato, allora, ad Arona. Ma è bene ricordare che gli studi di linee ferroviarie tra il porto di Genova e l’entroterra dello stato piemontese ebbero inizio fin dal 1836, anno di inaugurazione della Napoli – Portici, prima ferrovia nella penisola italiana.

L’eccessiva vicinanza del tracciato così immaginato al pericoloso confine austro-ungarico, che correva allora lungo il Ticino, fece però subito preferire un percorso più occidentale, lungo i bacini dell’Agogna e del Cusio, in direzione di Borgomanero, Omegna e Pallanza.

Il progetto fu approntato dall’ing. Bosso e nel 1846 vennero appaltati e avviati i lavori per il primo tratto, fino a Momo, lavori però presto interrotti dallo scoppiare della guerra d’indipendenza, nella primavera del ’48, e che d’altronde non dovevano essere troppo progrediti, vista la tecnologia dell’epoca basata essenzialmente su pala, piccone e carriola, benché certamente meno intralciata dagli odierni, infiniti laccioli burocratici.

Nel frattempo nasceva l’idea delle grandi trasversali alpine e a lungo si dibatté, in sede internazionale, sulla convenienza di percorrere la direttrice Sempione – Grimsel piuttosto che quelle del Gottardo o del Lucomagno, con conseguenti ricadute sui possibili tragitti piemontesi e lombardo - veneti.

Nella primavera del 1851 il ministro sabaudo dei Lavori Pubblici, Paleocapa, faceva approvare ed avviare la costruzione del tronco Novara – Oleggio – Arona, bloccando di fatto i lavori in direzione di Momo. A poco valsero le vivaci proteste dei maggiorenti ossolani e verbanesi, guidati dal pugnace Bianchetti: l’idea di un collegamento attraverso il Cusio sembrava del tutto abbandonata. Si dovette attendere sino al 1856 quando un gruppo di imprenditori svizzeri e francesi costituirono la Compagnie du chemin de fer de la ligne d’Italie par la vallée du Rhône e le Simplon e chiesero al governo piemontese la concessione del tratto Novara – Gravellona – Intra con l’idea di farlo proseguire sino a Locarno e Bellinzona e collegarlo qui alla direttrice del Gottardo, ormai varata. La concessione fu rilasciata con legge del 12/06/1857 e i lavori in direzione del lago d’Orta ripresero immediatamente, ma pochi anni dopo la compagnie si trovò in cattive acque finanziarie e nel 1865 venne sciolta. Intanto però la linea aveva raggiunto Gozzano; qui le carrozze prelevavano i viaggiatori e li conducevano ad imbarcarsi, al lido di Buccione, sui battelli a vapore che percorrevano il lago verso Orta, Pella e Omegna. Indimenticabili a tal proposito sono le avventure degli Alpinisti ciabattoni del Cagna.

Si dovette attendere sino al 1880 perché i lavori riprendessero e i binari si allungassero finalmente lungo le sponde del lago d’Orta, la Corcera e l’Ossola, che l’idea di raggiungere il lago Maggiore era stata nel frattempo abbandonata. Il 18 Agosto 1884 fu inaugurato il tratto Gozzano – Orta, il 30 Aprile 1887 quello sino a Gravellona, l’8 Settembre 1888 il Gravellona – Domodossola.

Localmente si ricorda ancora la fiera resistenza opposta alla realizzazione del tracciato dai proprietari dei terreni posti sui piani di Ramate e di Pedemonte, piccoli agricoltori in buona parte montebugliesi e casalesi, che vedevano i propri fondi espropriati e tagliati in due dalle alte e larghe massicciate destinate a tenere i binari fuori dalla portata delle buzze dello Strona e del Toce; ulteriore concessione alla modernizzazione dopo i sacrifici imposti, meno di un secolo prima, dal passaggio della grande strada napoleonica. Nacque allora una canzoncina di protesta, probabilmente impostata sul motivo di qualche famoso brano dell’epoca, di cui si ricorda a Casale soltanto una parte del ritornello, concisa ma più che mai significativa: “…La ferrovia non ha da passar…”

Furono lavori imponenti che fecero arrivare in zona molti braccianti provenienti soprattutto dal Veneto; alcuni si portarono appresso le famiglie e finirono per stabilirsi definitivamente nei nostri paesi, fornendo preziosa manodopera alla nascente industria tessile e manifatturiera e anticipando i grandi movimenti di popolazione dal sud d’Italia degli ultimi anni ’60.

Da più di un secolo la ferrovia fa parte del nostro panorama, percorsa avanti e indietro dai convogli trainati dalle gloriose locomotive a vapore e dalle veloci littorine diesel; si rischiò di perderla, alcuni decenni addietro, quando l’abnorme sviluppo del trasporto su gomma la fece dichiarare un ramo morto, salvo poi accorgersi che costituisce un’insostituibile bretella di soccorso alla direttrice del Sempione.

Oggi la Novara – Domodossola sta iniziando una nuova vita: automatizzata, dotata delle più moderne tecnologie, in fase di elettrificazione, sembra destinata a divenire uno degli assi portanti del traffico merci tra il Mediterraneo e l’Europa settentrionale. Peccato che nel frattempo vengano progressivamente chiuse le stazioni e gli edifici siano lasciati in uno stato di pietoso abbandono. Speriamo tutti che queste innovazioni possano andare a vantaggio anche delle nostre popolazioni…




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2 agosto 2008

DUE LINEE PARALLELE, DA LAGO A LAGO

 1913: SI COMPLETA IL COLLEGAMENTO TRAMVIARIO OMEGNA - PALLANZA

L’idea di un collegamento ferroviario tra Cusio e Verbano, attraverso la Corcera, era nell’aria da tempo e concreti progetti erano stati stesi per la realizzazione di una linea che da Gravellona attraversasse Suna, Pallanza e Intra e, percorrendo tutta la riva nord occidentale del lago Maggiore, si andasse a collegare, oltre Locarno, con quella internazionale del San Gottardo, ultimata nel 1882 con l’apertura del famoso traforo. Difficoltà economiche e intralci burocratici, costrinsero però a rinunciarvi, a favore del più agevole percorso lungo la sponda orientale, da Sesto Calende a Bellinzona.

Si fece allora avanti la proposta di realizzare un collegamento tranviario che, sviluppandosi per la maggior parte a lato delle strade carrozzabili già eistenti, richiedeva minori investimenti pur garantendo una buona funzionalità. L’attuazione di tale progetto prese il via nel 1906 con la raccolta dei primi fondi; il 15 Marzo 1907 veniva costituita la Società Anonima Verbano, delegata alla realizzazione del primo tronco, tra Pallanza e la stazione ferroviaria di Fondotoce, che venne aperto al servizio viaggiatori il 22 Ottobre 1910 e al trasporto merci nel Febbraio successivo.

Nel frattempo si mobilitavano i comuni del Cusio, ben consci dell’importanza di un simile collegamento, che nello stesso 1911 ottenevano dal Ministero dei Lavori Pubblici l’autorizzazione al prolungamento della linea fino ad Omegna. Fu costituito un comitato di finanziatori, cui partecipò anche il comune di Casale, che allora comprendeva ancora tutto il territorio di Gravellona, con un contributo di 25.000 lire, notevole se si pensa che Pallanza, tre anni prima, ne aveva stanziate 10.000. Molte furono le difficoltà da affrontare, quali il superamento della salita di Santa Maria, che richiese la realizzazione di un lungo tratto in sede propria con un viadotto in calcestruzzo armato, uno dei primi nella nostra zona e tutt’ora visibile, per attraversare il rio Giaggiolo; si dovette poi provvedere ad allontanare dai binari le linee telegrafiche e telefoniche, affinché le scariche prodotte dal trolley delle vetture non vi inducessero disturbi alle comunicazioni. Al Gabbio, in prossimità dell’attuale albergo Cicin, fu sistemato un “raddoppio” delle rotaie per permettere l’incrocio nelle due direzioni e quella località, allora quasi del tutto priva di costruzioni, ne prese il nome che conserva tutt’oggi.

Il secondo tronco venne solennemente inaugurato il 29 Giugno 1913, “realizzando un sogno coltivato per oltre mezzo secolo” come scriveva il Bazzetta. L’intera linea, sviluppata su un percorso pari a poco più di dieci chilometri, era alimentata con l’energia elettrica a 2000 Volt fornita dalla Società Ossolana che la produceva nella centrale idroelettrica di Premosello e in una centrale termoelettrica di riserva con potenza installata di 600 cavalli vapore.

Per oltre mezzo secolo la gloriosa Verbano svolse il suo impeccabile servizio, trasportando merci e persone da un lago all’altro lungo le due linee parallele dei suoi binari; poi l’industrializzazione crescente, la fretta, il desiderio di modernità, chissà quanto giustificato, portarono allo smantellamento della tramvia e alla sua sostituzione con fumanti e rumorose “corriere”. Oggi, a fronte dei problemi di traffico e di inquinamento di tutta la zona, viene da chiedersi se non si sia trattato di una decisione quanto meno impulsiva e chissà che un giorno non si torni a sentire la campanella del vecchio tramway lungo il nostro fondovalle…




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2 agosto 2008

E DIVISO FU IL MONTE DAL PIANO

 LA SEPARAZIONE DEL COMUNE DI GRAVELLONA DA CASALE C.C. NEL 1912

Il comune di Casale, la Corte di Cerro, venutosi a creare all’inizio del XIV secolo dopo la distruzione del borgo fortificato di Cerro ad opera delle milizie ghibelline al servizio dei nobili Tornielli di Novara, occupava all’inizio di questo secolo una vasta fascia, quasi tremila ettari, compresa tra i crinali del Cerano a ovest e del Mergozzolo ad est, confinava a sud con i territori di Crusinallo e Omegna mentre a nord si estendeva su buona parte della piana alluvionale del Toce. Nel 1763 gli erano stati aggregati Granerolo e Gravellona, o meglio quella parte di territorio gravellonese posta oltre lo Strona, e nel 1869 Montebuglio.

Il processo di industrializzazione iniziato nella seconda parte del secolo scorso aveva però portato ad un rapido sviluppo demografico ed economico della zona di fondovalle con la creazione di importanti azienda quali Further, con gli stabilimenti di Santa Maria e del Gabbio, e Guidotti e Pariani, il completamento della linea ferroviaria Novara – Domodossola e del collegamento tranviario tra Omegna e Pallanza; i numerosi residenti del piano mal sopportavano di dover dipendere da una sede comunale posta a ragguardevole distanza e raggiungibile per strada carrozzabile solo passando per Crusinallo. A Gravellona erano situate la stazione ferroviaria, l’ambulatorio, la stazione dei Reali Carabinieri e molti altri servizi, per Gravellona passava la strada reale del Sempione con una gran mole di traffici industriali e commerciali: nel 1890, con relazione dell’Onorevole Felice Cavallotti, il Consiglio Provinciale di Novara prese in esame il progetto di spostamento della sede comunale da Casale a Gravellona, dove già operavano uffici comunali staccati, ma l’idea non ebbe seguito.

Nel 1911 la situazione si era però fatta evidentemente insopportabile, tanto che lo stesso Consiglio Provinciale riprese in esame il progetto e, non riuscendo con ogni probabilità a trovare un accordo soddisfacente tra le parti, deliberò la suddivisione del territorio comunale in due tronconi: a monte Casale, con le frazioni di Montebuglio, Tanchello con Motto, Arzo con Crebbia e Ricciano, Cereda con Gabbio, Ramate con Pramore e S. Anna, per un totale di circa 2600 abitanti, a valle Gravellona con le frazioni di S. Maria, Pedemonte, Granerolo e la zona di Ressiga. La decisione fu portata all’esame del Parlamento nella seduta del 1 Giugno 1912, con relazione dell’Onorevole Luca Beltrami, e ratificata con la Legge n. 298 del 12 Dicembre dello stesso anno.

Il nuovo comune, che contava già più di tremila residenti, assumeva il nome di Gravellona Toce.




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