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Storia, tradizioni, cronaca di un paese di montagna
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Casale Corte Cerro

provincia del Verbano Cusio Ossola, Piemonte nord-orientale.
Situato nella val Corcera, tra lago d'Orta e lago Maggiore, il suo territorio è adagiato sulle pendici dei monti Zuccaro e Cerano, dai 200 ai 1700 metri di altitudine.
Gli abitanti sono 3500, distribuiti tra il capoluogo e le 14 frazioni.



I testi pubblicati in questo blog, ove non diversamente indicato, sono scritti da Massimo  M. Bonini - barbä Bonìn

I testi dialettali sono trascritti utilizzando le regole fonetiche fissate dalla Consulta Regionale per la Lingua Piemontese, adattate alle varianti locali dalla Compagnia dij Pastor.
 

 


I post presenti in questo sito vengono replicati all'indirizzo http://casalecortecerro.blogspot.com

Casale Corte Cerro e Massimo M. Bonini sono presenti in Face Book.
 


 

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Raccontando
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27 dicembre 2008

CAPODANNO

                                                                           Corno Grande di Cavento, 31 Dicembre 1916

Lisa, mia cara

finalmente, dopo tanto tempo, trovo il coraggio di prendere la penna e scriverti queste poche righe.

Fa freddo, quassù, tira un vento gelido che ti passa da parte a parte e la mia mantellina è tutta a brandelli. Però non nevica più, è tornato il sereno e le stelle brillano come i lumi di un presepe. La battaglia è terminata, anche i cecchini non sparano più; i soldati si sono salutati attraverso i reticolati, strana solidarietà di uomini che sino a poco prima avevano tirato gli uni contro gli altri. Anzi, subito dopo il cambio della guardia si è udita chiarissima la voce che augurava: “Bon anno, Ialiani!”

- Che sia un anno di pace – ha risposto il capitano Mora.

Lui! che quasi non aveva più voce per tutti gli insulti urlati all’indirizzo dei mitraglieri ungheresi che gli avevano decimato la compagnia, proprio quando erano a pochi metri dal nido, dopo ore di arrampicata su per la parete ghiacciata.

Ma perché sto a raccontarti tutte queste cose, che a te non possono certo interessare?

I miei alpini sono tutti giù, nel rifugio, hanno trovato pane, formaggio e vino e anche una botticina di grappa.

- Scior tenent – mi hanno detto – anca se’l gh’è la goèra, a vòrom finìi l’an come sempar.

Ne ho dislocati di sentinella il minimo indispensabile, ma anche a chi resta fuori non mancherà certo la sua parte. De Giuli., che avrebbe dovuto stare quassù, attento a questa mitragliatrice che mi fa da scrittoio, l’ho spedito via con la mia fiaschetta di cognac; è orribile questo liquore ministeriale; non riesco proprio a mandarlo giù.

Ecco, sta spuntando la luna. E’ fantastico come questi ghiacciai, con tutti i loro speroni sporgenti, cimitero di tanti dei nostri, assumano nelle notti di luna - notti come questa, quando tutto è silenzio e si ode soltanto il richiamo delle vedette e il canto sommesso dei nemici nelle loro trincee – un aspetto fantastico, quasi fiabesco. Ci si aspetterebbe di scorgere la fata Confetto che passa danzando tra i reticolati.

Ti ricordi, Lisa quando insieme andavamo a balletto… in sogno? Quando io, povero studente squattrinato, sperduto nella città, io che vi ero piovuto dal mio paesello, ti portavo con la fantasia a teatro Regio, al bar tabarin, alle feste della società elegante? E sognavamo di essere noi pure ricchi e famosi, oppure misteriosi vendicatori piovuti da chissà dove, come Dantès redivivi, per raddrizzare torti e portare giustizia.

Ti ricordi, Lisa quei giorni che credevamo felici, quando ci pareva di essere davvero importanti, quando ci davamo tanta pena per faccende futili? Ma noi non lo sapevamo, e in questo stava la nostra felicità.

E’ il secondo cambio della guardia, ma qui non verrà nessuno.

- Lassù c’è il tenete, veglierà per tuta la notte. Finché c’è lui, da quel lato siamo al sicuro.

Così, Lisa, come sempre. Ci si ricorda di noi nel momento del pericolo, nel momento del bisogno, per poi dimenticarci, chissà se intenzionalmente, nell’ora del divertimento. Come al tempo degli scioperi, i giorni tristi delle sparatorie e egli arresti, quando farsi trovare nella mia cameretta era molto più pericoloso che rimanere a tramare nell’ombre, ai tavoli dei caffé di via Po, quando due volte la settimana la Benemerita Arma mandava i suoi rappresentanti. Ricordi? Tu preparavi il the per il maresciallo Polenghi, che nonostante tutto il suo zelo non riuscì mai a trovare le sue “pubblicazioni sovversive”, tanto bene riuscivamo a nasconderle in quei pochi metri di spazio.

Che feste, quelle sere! Che brindisi, con vino da due soldi, e le risate, le beffe, le pacche sulle spalle. Ricordi quegli operai che ci chiamavano tutti “compagni”, le loro espressioni giuliva nell’apprendere che le lettere di X… avevano varcato il confine e stavano nelle mie tasche?

Ma tutto finiva lì e la sera seguente, mentre gli amici si divertivano nuovamente con il principe Danilov, noi restavamo ancora una volta soli, tropo orgogliosi della nostra povertà per chiedere qualcosa a chicchessia. Restavamo a passeggiare malinconicamente per i viali del Valentino, ad arrampicarci sino alla vetta dei Cappuccini, componendo versi alla luna per dimenticare la tristezza. Eppure questa è la nostra vita, qui, tra questi ghiacciai come laggiù in città, sempre e dovunque…

Si sente un grido, ogni tanto, laggiù, verso la parete. Qualcuno dei “cadaveri” si è risvegliato, ma diviene sempre più fioco. Non riesco a togliermi dagli occhi l’immagine degli alpini della quarantesima lanciarsi come folli, all’arma bianca contro le mitragliatrici; mi risuonano ancora negli orecchi le bestemmie di Mora. E noi immobili, bloccati oltre il canalone, senza poter fare niente. E domani un’altra compagnia andrà avanti, e un’altra e un’altra ancora, fino a che gli ungheresi avranno polvere e piombo.

Sai, è di questo che ti volevo parlare, quando ho trovato in tasca un pezzetto di lapis… Ti volevo parlare di noi due, di questa vita che alcune volte ci è parsa troppo bella e altre tanto amara. Ma ora che ci sono arrivato, le parole non vogliono venire fuori, o forse non possono perché non ci sono, chissà?..

Ma non importa, Lisa, se le parole giuste non le trovo, non importa se siamo soli quassù a vegliare, perché così deve essere. Non importa se ci dimenticano nell’ora del giubilo e dell’allegria, perché allora saremmo di troppo, perché nostro compito è quello di lottare e soffrire in silenzio, non di sperare e divertirci. Non importa se in prima linea ci mandano solo nell’ora della morte, perché soltanto così questa vita è degna di essere vissuta.

E non importa neppure se tu, a cui parlo da tanto tempo, non sei che un frutto della mia fantasia malata, perché con te, con te soltanto ho passato le ore più belle di questa mia vita.

sottotenente Massimiliano Bertenghi

anni 24

caduto nell’eroico adempimento del proprio dovere

Corno Grande di Cavento – ghiacciaio dell’Adamello

1° Gennaio 1917

Alle sei del mattino si udirono una breve raffica e due esplosioni.

Era andato solo, con due bombe a mano, a vendicare i caduti della quarantesima compagnia.


                                                                                             31 Dicembre 1978


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24 dicembre 2008

LUCI DI NATALE

 - Treno locale per D. in partenza dal binario sei. Locale per D. parte dal sesto binario. Ferma in tutte le stazioni. Affrettarsi per la coincidenza.

Un’ultima corsa, sfiatato e lo sportello gli si chiuse alle spalle con uno scatto secco, contemporaneo al fischio del capo stazione, si partiva subito, in orario una volta tanto. Poca gente quel giorno, compartimenti vuoti; strano in una data simile. Una delle carrozze era una “prima” declassata per metà, trovò facilmente un posto vuoto, comodo e caldo. Si sedette e ancora gli venne da pensare:

- Strano, un giorno come questo!

Un giorno come questo: ventitrè dicembre, antivigilia di Natale. Gli era andata bene, lo sciopero degli studenti era caduto proprio come il cacio sui maccheroni; chissà per cosa, poi, lo sciopero?.. Aveva potuto fare un salto ai grandi magazzini, in libreria e prendere il primo treno. Allungò le gambe, si accomodò meglio, accese il solito mezzo toscano - così il fumo acre avrebbe tenuto fuori i seccatori – e fumando beato prese ad osservare la campagna. Le risaie, giallastre fuggivano via sotto un cielo plumbeo, mentre cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia; poi il torpore lo prese, il sigaro si spense e lui si addormentò, il capo poggiato allo schienale, cullato dall’andare monotono del treno.

Fu risvegliato da un brusco scossone: sbatté gli occhi alcune volte, cercando di ricordare dove fosse, poi con la tendina parasole spannò il vetro del finestrino e guardò fuori. Il tempo era passato in fretta, la pianura era finita, si erano lasciati alle spalle le colline e il lago ed erano già entrati nella valle. Nevicava qui, la prima neve d’inverno dopo un autunno alquanto siccitoso; i gerbidi intorno si andavano già imbiancando. Si sentì subito invadere dalla malinconia che fin dall’adolescenza la neve gli metteva addosso e si ritrovò a canticchiare le prime note di Bianco Natale. Era felice, veramente felice. Finalmente, dopo tanti anni avrebbe avuto un Natale sereno, in una casa tutta sua, con la moglie, i cognati e il nipote, un bambino come non ne aveva mai conosciuti, e per di più con la neve. Se avesse continuato così avrebbe ricoperto il giardino e le rive del fiume, già riccamente arabescate di ghiaccio, e la montagna, trasformando tutto in un paesaggio di favola.

Si erano sposati sul finire dell’estate ed erano venuti ad abitare a D. in una villetta, già fuori dall’abitato, che con un colpo di fortuna erano riusciti ad acquistare l’anno precedente. Situata ai bordi di una strada secondaria, con la montagna e le rive del torrente appena oltre il cancelletto posteriore del giardino, era tal e quale lui l’aveva sognata, ma quando l’avevano presa si trovava in uno stato compassionevole; vi si era dovuto lavorare sodo per più di un anno, ma con l’aiuto di qualche amico l’avevano resa accogliente restaurandola completamente, dalla cantina ai comignoli, anche se ancora i lavori non si potevano dire del tutto ultimati.

Il treno entrò lentamente in stazione, tra lo stridore dei freni e grandi sbuffi di vapore, si arrestò di botto e lui saltò giù allegramente, la borsa a tracolla, e sempre canticchiando andò a recuperare la bicicletta lasciata sotto la tettoia del parcheggio, a lato del piazzale. Le strade erano diventate pericolose, le automobili avevano trasformato la poca neve in una guazza melmosa e infida, che rendeva alquanto precario l’equilibrio del velocipede, ma cuor contento pedalava vigorosamente, pensando intanto ai fatti suoi.

- Ho davanti quindici giorni di vacanza. Potrò leggere qualche libro, ci saranno da curare gli affari del circolo e forse riuscirò ad ultimare le scaffalature e l’impianto elettrico in cantina. Ma soprattutto, se questa nevicata dura, potrò tirar fuori gli sci da fondo e battermi un bell’anello dietro casa, il solito giro della passeggiata: l’argine, il bosco di ontani, il prato dei massi erratici, le ultime falde del castagneto… Si, si. Sarà una cosa veramente eccezionale. Favolosa!.. Si, si.. Dunque, vediamo un po’ di organizzarci. Lei non è a casa, oggi pomeriggio la recita all’asilo, questa sera a cena con le colleghe, arriverà tardi. Speriamo che la casa sia un poco calda e che sia rimasto qualche cosa da mettere sotto i denti…

Così, ragionando e fantasticando era finalmente giunto, non senza essersi esibito in alcune acrobazie per evitare di cader di sella. Entrò, trovò un gradevole calore e, sul tavolo della cucina, un biglietto della moglie. Gli lasciava la lista delle compere e lo informava che per quella notte si sarebbe fermata da un’amica; avrebbe fatto ritorno nel pomeriggio dell’indomani, insieme ai cognati.

- Beh, - pensò – quasi quasi è un bene, così la casa me la preparo da solo.

Era stato sempre un suo pallino quello di passar uno dei pomeriggi di vigilia a predisporre gli addobbi natalizi. A volte rideva di sé stesso, ritenendosi piuttosto infantile, ma poi ogni anno ci ricascava e quella rimaneva nel ricordo come una delle giornate migliori. Quell’anno, con tutti i problemi da risolvere, di cose del genere non avevano neppure parlato, ma lui già da alcuni giorni andava meditando su come preparare alla moglie una sorpresa che sapeva certamente gradita. Così, quell’assenza capitava proprio a fagiolo.

Si mise subito all’opera: un paio di panini in fretta, poi sotto con le pulizie; salotto, ingresso, studiolo; ma i libri li avrebbe spolverati con più cura, uno ad uno, nei giorni seguenti. A metà pomeriggio sospese tutto e uscì a sgombrare la deve davanti alla rimessa, poi tirò fuori l’auto e si recò in centro per le compere, prima quelle del biglietto, gli ultimi regali e infine, ai grandi magazzini, quanto gli serviva per realizzare il suo progetto: statuine, lustrini,palloncini colorati e ammennicoli vari. Tornando verso casa la vecchia utilitaria sembrava la slitta di Babbo Natale. Per strada era pieno di gente che andava e veniva portando pacchi e pacchetti ed involti, bambini, vetrine in cui cominciavano ad accendersi le prime luci, due zampognari…

Quando fu di ritorno calava la sera; la neve aveva ripreso a calare lenta, leggera. Il paesaggio si era fatto fiabesco; si soffermò ad ammirarlo per qualche istante, poi, con un’alzata di spalle, andò a deporre il suo carico natalizio in salotto, preparò la legna e accese il fuoco nel caminetto. Ma c’era qualcosa che lo chiamava, una voce interiore, imperiosa e questa volta non seppe resistere. Calzò gli stivali da cacciatore, prese giaccone e cappellaccio e, uscito dal cancelletto posteriore, imboccò il sentiero del fiume. Scese tra gli ontani fino alla riva, attraversò il ponticello di tronchi e vagò per un po’ nel bosco. Tornando si ritrovò a canticchiare e pregare, mentre lontano risuonavano piano i rintocchi dell’Ave Maria, Questo, infine era il vero Natale.

Rientrò tardi, un salto in cucina e subito s’installò in salotto, con i panini e il bricco del caffé. Sistemò i dischi con i canti natalizi sul piatto dello stereo e iniziò a darsi da fare. Il presepe in un angolo, l’albero in quello opposto, presso il camino, festoni alle pareti, una ghirlanda di agrifoglio sulla porta d’ingresso. Quando smise, l’orologio a cucù suonava le due. Sbatté le palpebre, incredulo, poi spense le luci e andò a letto. Ormai non rimaneva che da sistemare le lampade colorate sull’abete del giardino: un lavoro per il giorno successivo.




Le prese nostalgia quando, scesa in cucina insieme all’amica che l’aveva ospitata, si trovò di fronte l’albero di Natale che la madre di quella aveva appena finito di sistemare.

- Buon giorno. E buon Natale, anche se con un giorno di anticipo. Abbiamo avuto una bella nevicata e penso che prima di sera ne verrà ancora. La signora farebbe bene a tornare a casa in fretta, prima che ricominci. Non so se in questi giorni di festa gli spazzaneve lavoreranno come sempre.

- Devo passare da mia sorella… Vedo che adesso le strade sono pulite.

Parlava distrattamente, e intanto pensava alla casa disadorna e in disordine. Avrebbe dovuto pensarci, alle decorazioni. Sapeva quanto il marito ci tenesse, ma avevano avuto troppe cose da fare, tutti e due, in quei giorni ed se n’erano scordati. Era tardi, adesso, anche lui non avrebbe certo trovato il tempo… ma l’anno prossimo… Certo che in quel modo le feste avrebbero perso una parte della loro poesia…

- Si, questa mattina sono passati presto, era ancora buio. Penso che vogliano finire tutto entro mezzogiorno e che sperino, loro, che non nevichi più. Comunque vada, signora, altrimenti farà tardi anche oggi.

- E’ vero, sì. E’ ora che vada. Arrivederci, e grazie di tutto.

Uscì nel mattino freddo, sotto il cielo cupo, e in auto pensava ancora alla sua casetta.

- Che peccato!.. Mi sarebbe tanto piaciuto. E lui, con tutti i suoi impegni, non ne avrà Certo il tempo…

Poi le visite ai parenti e agli amici, le commissioni, i regali: non ci pensò più. A mezzogiorno arrivava dalla sorella, che le venne ad aprire con il viso imbronciato.

- Mio marito deve lavorare anche di pomeriggio, una cosa urgente. Non potremo partire prima delle sei.

- Accidenti! E la cena?

- Mah, non so. Potresti andare avanti da sola…

- contavo di passare a salutare mamma e papà, con voi. Provo a telefonare… Pronto? Si, sono io – e gli spiegò la situazione.

- Non preoccuparti, avanzo giusto il tempo di fare un salto in rosticceria, verso sera. Provvederò io a tutto; vedrai, non ti farò sfigurare.

- Ma, veramente… Va bene, mi fido. Però non combinare pasticci. E… senti!.. No, no, niente… Ciao.

Ormai era troppo tardi, ma l’anno prossimo ci avrebbe pensato per tempo. Si, si… per tempo!

Il nipote le corse incontro, festoso ed eccitato.

- Zia, zia, ‘stanotte viene Babbo Natale!

- Eh già, piccolo. Questa è la famosa notte.

- Ma, zia, Babbo Natale lo saprà che sarò a casa tua? Perché altrimenti i regali me li lascia qui e io domani non li potrò vedere.

- Oh, stai tranquillo. Tuo zio è un ottimo amico di Papà Natale ed ha già provveduto ad avvisarlo.

- Ah si? E come fa lo zio a conoscerlo?

- Sai, dietro casa nostra c’è un bel prato e ogni anno il buon vecchio lascia lì la sua slitta per poter fare il giro dei comignoli. Una volta lo zio lo ha incontrato e lo ha aiutato a trasportare il sacco di regali, così sono diventati amici e ogni tanto si scrivono.

- E dove abita Babbo Natale?

- Al polo nord. Però d’estate viene a trascorrere le ferie dalle nostre parti, ma senza dirlo a nessuno. Solo mio marito lo sa e a volte va fargli visita alla sua casetta, nel bosco…

Il pomeriggio passò in fretta. Alle sei partirono, con le automobili piene di pacchetti e durante il viaggio lei parlò alla sorella di quello che la tormentava sin dal mattino.

- Che peccato – commentò quella – sarà un po’ triste.

- Ma l’importante è poter mangiare, bere e starsene tranquilli e al caldo – aggiunse il cognato.

- Io voglio il presepe – fece eco il bambino. Ma si distrasse subito, pensando ai doni di Natale.

Arrivarono a notte fatta. La via davanti alla villetta era immersa in un’oscurità caliginosa, riprendeva a nevicare e la nebbia si addensava lentamente. Scendendo dall’auto lei si guardò intorno: le case vicine erano illuminate e allegre, la sua buia, quasi tenebrosa, ma dalla finestra traspariva il bagliore del fuoco nel caminetto e dietro le tende si poteva scorgere un’ombra immobile. Mossero alcuni passi e proprio allora le luci sull’abete si accesero e s’illuminarono le decorazioni sulla porta, e sulle finestre e dentro casa, e poi, meraviglia delle meraviglie, dall’uscio posteriore scappò fuori… Babbo Natale, che arrestandosi per un istante indirizzò loro un saluto con la mano prima di fuggire in direzione del bosco.

Rimasero lì, imbambolati e le loro bocche si aprirono in quattro oh! di una perfezione rara, come quelle degli angeli che da lì a poche ore avrebbero intonato l’Adeste.

                                                                                                  Novembre 1981


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permalink | inviato da CasaleCorteCerro il 24/12/2008 alle 18:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

5 settembre 2008

ALPINI AL MONT SCËRÄN

da Il Falò, Settembre 2002

Ormai è divenuta tradizione. Da quando, a metà degli anni ’90 il Comitato festeggiamenti di Ricciano e il gruppo ANA di Casale, sotto lo sprone dei due Fiore, si sono alleati nell’impresa di recuperare l’antica cappelletta devozionale dei Borioni, l’appuntamento al Munt Sciërän è una costante delle estati casalesi.

Una settimana di lavoro per ripulire la piazzola dalle erbacce, per sistemare il sentiero, per sostituire il lacero tricolore, che perennemente sventola sul pennone, con quello nuovo donato dall’Eugenio, ed arriva la domenica mattina, arrivano le capre e i cani, gli schioppi, i montoni e gli allocchi*, arrancando su per la stradette, ‘motorizzati a piedi’, com’è tradizione delle Penne nere. Arriva anche il parroco e comincia la Messa, il ricordo delle Penne mozze, la preghiera che parla di pace d’amore, unica tra quelle delle forze armate.

Poi tutti alla fontana del vino - il prodigio dell’alpino – dove entra l’acqua ed esce il vino. Chiacchiere, scambi di battute, ricordi di naja, progetti. Ed ora si scende: il salone della Cooperativa attende i ‘valorosi’, il silenzio della montagna torna ad avvolgere la cappelletta, rotto ogni tanto dal rintocco della campana di san Maurizio, che dal piano sottostante sale pian piano e sembra raccogliere le preghiere e portarle su, fino al cielo dove il santo generale romano le attende per depositarlo dell’Onnipotente.

* Soprannomi tradizionali per gli abitanti delle frazioni: capre ad Arzo, cani a Ricciano, schioppi a Crebbia, montoni a Casale, allocchi a Tanchello, orchi a Buglio.




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5 settembre 2008

A VOLTE RITORNANO

 da Il Falò, Settembre 2002  

‘Il Falò’. Testata storica dell’ambiente cattolico casalese, creata dai giovani dell’Azione Cattolica Giovanile negli ultimi anni ’40. Anni di grande povertà, ma di altrettanto grandi speranze e passioni. In quel clima teso ed euforico, nel vecchio, scalcinato Bäitin dai pavimenti di terra battuta, spronati dal prufessur Gedda e dalla signorina Marì, coordinati dall’arciprete, ‘l dón Belón, alcuni giovani volenterosi danno avvio ad un’iniziativa che, tra alti e bassi si protrarrà sino ai primi anni ’70.

I fogli di carta ruvida, stampati con il ciclostile a spirito, raccontano idee, raccolgono ricordi, divulgano avvisi e progetti. Per qualche tempo saranno anche affiancati da una versione ‘femminile’: se il falò è simbolo della fede e dello spirito di gruppo, ‘Lä Päliscä’ è l’anelito, lo spirito giovanile, il guizzo geniale che sale al cielo.

Ora ‘Il Falò’ è tornato. In occasione della festa parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù, tradizionale appuntamento per la ripresa delle attività dopo la pausa estiva, abbiamo deciso di ri-creare un’occasione d’incontro e d’informazione per tutti i casalesi che ancora credono nei valori della comunità, un piccolo strumento che aiuti il paese a conservare la memoria di ciò che fu e di far conoscere quanto di nuovo avanza. Vorremmo che questo foglio, che per intanto uscirà senza una periodicità precisa, in occasioni ‘particolari’, diventasse la piazzetta dove i ricordi, le proposte, le idee, le critiche possano trovare spazio e ‘girare’ tra la gente; vorremmo che diventi palestra per i giovani e i ragazzi, affinché ritrovino il gusto del leggere e dello scrivere, così, in modo semplice, senza sentirsi troppo condizionati dalle regole giornalistiche che spesso finiscono per tarpare le ali a tanti che ci vorrebbero ‘provare’.

Aspettiamo le vostre proposte, le critiche e soprattutto i vostri contributi. E se con ciò vi abbiamo annoiato, sin d’ora ve ne chiediamo venia.




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2 agosto 2008

CANTAR MAGGIO

A rivavan da luntan, sti sturneei… scriveva Eugenio Beltrami nel 1984 (I sogn d’un gambar) descrivendo la secolare usanza del cantamaggio casalese in una delle sue gustose composizioni.

Dopo alcuni anni di interruzione, questa volta la tradizione è stata ripresa, con buona riuscita, oserei dire, e con profonda soddisfazione tanto dei cantori che dei “riveriti”, i quali di buon grado hanno versato il relativo “tributo”.

Mi si permetta però di riprendere qui un brano redatto tempo addietro in ricordo del 1 Maggio del ’72, e di quelli immediatamente successivi, quando l’usanza fu veramente salvata dal definitivo oblio.

Ce ne hanno tanto parlato, di quando si andava a cantar maggio, di come fossero belli quei tempi, che stasera abbiamo deciso di riprovarci.

Per la verità nessuno sa bene come si faccia; fortuna che arriva il Gere che ha qualche anno in più e si ricorda, o forse se l'è fatto spiegare dagli anziani. Intorno a un tavolino del Nazionale si buttano giù le rime, si recuperano l'Enzo con la chitarra ed il Gianni che fa il solista e via, a mezzanotte passata, a verseggiare sotto le finestre.

Noialtri, poco più che adolescenti, ci teniamo un po' in disparte aspettandoci da un momento all'altro l'inevitabile catinata d'acqua e sai invece lo stupore quando i "riveriti", passato il primo momento d'incredulità, si affacciano sorridenti, ci ringraziano e ci regalano bottiglie di quello buono e salami, uova e biglietti da mille.

All'aurora siamo davanti al forno del Felice, che ci da il pane appena cotto.

A questo punto non vorrai andartene a letto, no? Prendiamo gli scarponi e via, all'alpe del Togno, a far colazione con i proventi del giro e il sole, che finalmente fa capolino tra le nuvole, ci trova tutti addormentati nel prato dietro la baita.

(Tratto da 1954-1994 Quarant’anni insieme, Casale C.C. 1994)




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2 agosto 2008

La biblioteca comunale di Casale

 Ho ritrovato un vecchio articolo, scritto nell’Aprile del 1980, del quale mi permetto di riproporre una parte come inizio di questa piccola riflessione.

Capita a volte di ripensare ai tempi in cui, studente delle scuole medie inferiori o superiori, mi vedevo costretto a recarmi ad Omegna ogni qual volta avevo bisogno di consultare testi per ricerche o documentazione o più semplicemente per procurarmi qualche libro d’amena “lettura”, spesso scendendo a rompicollo in bicicletta nei ritagli di tempo, e così tante altre persone di Casale, studenti e non.

Ricordo le discussioni a livello di gruppi giovanili spontanei, tese a portare avanti alcune piccole iniziative culturali, le pressioni sull’Amministrazione Comunale affinché prendesse in considerazione l’istituzione di una biblioteca o perlomeno il rilancio del decaduto centro di lettura presso le scuole elementari. Nel 1978 si arrivò finalmente allo stanziamento dei fondi necessari ed alla concessione di un contributo da parte della Regione.

La biblioteca Comunale di Casale venne inaugurata il 26 Novembre di quello stesso anno con una dotazione di circa 550 volumi catalogati secondo i più moderni sistemi internazionali e con sede nella vecchia sala del Consiglio Comunale, presso l’ex palazzo municipale di piazza della Chiesa, due locali più servizi…

La cura del servizio di prestito, organizzato su un’apertura pomeridiana tre volte la settimana, fu affidata ad un gruppo di volontari – Bibliotecari Senza Stipendio, amavamo definirci – guidati da Tiziano Vanola, sotto la supervisione del sindaco.

Seguirono anni di intensa attività: i locali erano frequentati da un gran numero di persone, giovani in particolare, e presto si pensò di affiancare il prestito con attività culturali diverse. Nell’Aprile del 1980 fu organizzata una ricerca sulle cappellette devozionali presenti nel territorio del comune, con una riuscitissima mostra fotografica nel periodo di S. Giorgio e la pubblicazione di un bollettino culturale, ‘l Foll, fermatosi purtroppo al primo numero per mancanza di fondi. Negli anni successivi seguirono corsi di educazione ambientale, con la partecipazione di relatori di spicco quali Luigi Rondolini, Teresio Valsesia e Alcide Calderoni, concerti all’aperto, mostre d’arte e fotografiche, rievocazioni di antiche tradizioni quali i falò di Ferragosto. Nel frattempo si ampliava la dotazione libraria, puntando soprattutto sui settori della letteratura per ragazzi e della storia locale, e si aggiungeva una sezione musicale. Nemmeno il trasferimento nella più disagiata sede del nuovo municipio, durante i lavori di ristrutturazione del vecchio pretorio, scoraggiarono i volontari e gli utenti dalla sua assidua frequentazione.

Verso la fine degli anni ’80 però il gruppo di persone disponibili a dare la propria collaborazione si era ridotto al lumicino e la biblioteca si trasformò per anni in sala di riunione per varie associazioni, ma senza poter più svolgere il suo essenziale ruolo di motore culturale del paese, essendosi interrotto anche il servizio di prestito.

Nel 1996, ancora dopo molte discussioni, si giunse alla sua riapertura, affidandone la cura a personale specializzato inviato dal Centro Rete Bibliotecario di Verbania: il prestito ha ripreso a funzionare, ma tutt’ora molti dei volumi non sono ancora stati ricatalogati e quindi non risultano utilizzabili. Ma soprattutto manca, rispetto al passato, la spinta di qualcuno che organizzi e stimoli la “vita” culturale del paese, che prenda iniziative e susciti quegli interessi e quei bisogni senza i quali una biblioteca, pur funzionante, si riduce ad un mero punto di passaggio per prendere e lasciare i libri.

Per concludere voglio quindi ancora una volta lanciare un messaggio affinché si ricostituisca un sodalizio di persone interessate e disponibili ad occuparsi di questi importanti temi e a lavorarci con passione. Fatevi avanti, quale ex B.C.S.S. (bibliotecario capo senza stipendio) aspetto vostre notizie…




permalink | inviato da CasaleCorteCerro il 2/8/2008 alle 23:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

2 agosto 2008

C’ERA UNA VOLTA L’ACLI

 Si sarebbe dovuto chiamare circolo in effetti, ma la parola bar sembrava certo dare una ventata di modernità al gruppeto di appassionati che, sul finire degli anni ’40, gli diede vita dalle ceneri della vecchia osteria d’i Ciapp, con tabaccheria annessa, dove ai tempi d’oro, subito dopo la guerra, si ballava nel salone del primo piano.

Stava la sull’angolo, di fronte alla ferramenta nuova della Licinia, in fondo a quella che tutti i casalesi chiamavano la piazza dal dutur, pur trattandosi solo del tratto iniziale di via Gravellona reso un poco più largo dalla copertura dell’Uriasciol (rio Mauleia) e dalla costruzione del nuovo Municipio con l’aiuola antistante.

Non ricordo la prima volta che ci sono entrato, ma ero senz’altro un bambinetto. La dentro si trovava l’unico (forse) televisore del paese e il sabato sera c’era sempre il pienone per vedere Il Musichiere di Mario Riva. Alle nove scoccava l’ora fatale: il banconiere piazzava una fioriera da quaranta litri nel bel mezzo dello stradone, ci piantava l’asta dell’antenna e, con l’aiuto di qualche volenteroso, la orientava fino a captare il segnale proveniente al ripetitore di Candoglia; purtroppo però, pur essendo nel ’58 o ’59, qualche auto cominciava a circolare e quindi si doveva ogni tanto correre a spostare il marchingegno, ripetendo poi da capo la complicata manovra.

Famose in tutta la zona erano le cene che vi si svolgevano, così come i tornei di bocce e di scopone scientifico, gioco, anzi palestra per le menti, cui ci si doveva dedicare con la massima serietà e applicazione, pena terribili lavate di capo dal socio, se non otteneva risposta alle carte ballate, e dai sempre numerosi e competenti, a lor dire, spettatori.

Poi tutto è cambiato rapidamente. I televisori si sono diffusi in ogni casa e l’ACLI è divenuto il punto abituale di ritrovo di un numeroso gruppo di ragazzi e giovani che si incontravano, nel salone pieno di fumo e del fracasso del juke box e del flipper d’inverno, sul terazino antistante quand il tempo lo permetteva, a discutere di auto, di ragazze, ma anche di politica e di sociale. In quell’ambiente, al fianco della parrocchia, molti hanno maturato esperienze sboccate poi in occasioni d’impegno diverse e preziose per la comunità. Basti per tutti ricordare come una pattuglia di giovanotti poco più che ventenni, con l’aiuto di alcuni adulti, abbia saputo all’occorrenza mantenerlo in vita e aperto ai soci per più di un anno nel periodo di mancanza di banconieri, provvedendo nel frattempo con le proprie mani a ricavare dalla ex sala delle assemblee un piccolo appartamento che permettesse di trovare nuovi gestori.

Sul finire degli anni ’80 il circolo ACLI di Casale ha dovuto chiudere i battenti; troppo difficili erano divenute le condizioni per portare avanti un’attività che non riusciva più a sostentarsi economicamente e che aveva in gran parte cessato di svolgere il ruolo sociale per cui era stata creata. Ma non dimentichiamo che per molti di noi è stato una palestra di vita, che da li sono passate molte persone che hanno poi rivestito ruoli di grande responsabilità all’interno della società e delle istituzioni.




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4 maggio 2008

PARNIGAROL

 Sere addietro, percorrendo sul far del crepuscolo la strada alta tra Arzo e Cafferonio, sono stato colpito da un fenomeno ormai insolito: un tappeto di lucciole che copriva quasi per intero alcuni dei prati.

La lucciola, parnigarola nel nostro dialetto, è un insetto, un coleottero della famiglia dei lampridi; ne esistono due specie, che rispondono ai nomi scientifici di Lamprys noctiluca e Luciola italica. I maschi sono alati con luce intermittente, le femmine attere, vale a dire senz’ali, con luce continua. La caratteristica luminosità è dovuta alla luciferina, sostanza in grado di provocare fluorescenza, cioè luce fredda, presente negli ultimi segmenti dell’addome, quella parte che viene comunemente definita coda. Tipicamente si nutrono di molluschi terrestri, chiocciole e lumache.

Sono animali molto sensibili all’inquinamento ambientale e alle alterazioni del clima: la loro massiccia ricomparsa, dopo molti anni di presenze occasionali, dovrebbe quindi essere di buon auspicio.

Il ricordo corre a quando, bambini, dopo le messe serali del mese mariano, al santuario del Balmello, si correva per i mot, tra i cumuli di fieno falciato di fresco, rincorrendo le bestiole evanescenti per poi portarcele a casa, in un vasetto, a rischiarare per un poco il piano del comodino.

Al giorno d’oggi non si fanno più giochi di questo genere; siamo tutti distratti da altri tipi di lucciole, d’ogni tipo e dimensione, e dalle tante persone che prendono sin troppo spesso lucciole per lanterne.

Chissà se è veramente meglio cosi?…




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20 aprile 2008

SAN GIORGIO

Eccola qui, finalmente, "la patronale"; dopo due mesi di lavoro, in casa parrocchiale, quasi tutte le sere, a preparare il banco di beneficenza, dopo ore ed ore di prove al baitino per imparare la Nuova Messa Solenne, sotto la sferza del maestro Manara e con il De Marchi, infaticabile, all'armonium; dopo averla tanto attesa, eccola qui.

Fino a ieri il tempo è stato splendido, questa mattina, naturalmente, piove.

Ma non importa: è San Giorgio…

Ci sono le funzioni e l'incanto dell'offerta, col Tugnin ritto sugli scalini del Michel e lanciatissimo nel suo compito di banditore; c'è il Berto Ferraris, in cilindro e redingote, che gira la manovella del "verticale" mentre la gente si affolla alla sua fontana del vino, ci sono la torta del pane e la figascina, il concerto della banda e le bancarelle ed il giocone a premi tra le classi delle medie e una ragazza da corteggiare durante i turni al banco e una bella cantata, la sera tardi, sotto il tendone.

E poi, tra qualche giorno, tornerà anche il sole.

E' San Giorgio…




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